IO, ILCARCERIERE DI McCAIN, CINQUE ANNI DI INTERROGATORIO

Parla il vietnamita cui fu affidato il «prigioniero eccellente»: «Non l'abbiamo mai torturato»     Nguyen Tien Tran HANOI - «Era una guardia appena arrivata.
Quando seppe che nella cella 13, ala Ovest, c'era un pilota abbattuto mentre bombardava Hanoi, e soprattutto figlio dell'ammiraglio che comandava la guerra per mare e per cielo contro il nostro Paese, la recluta sputò nel piatto di riso prima di portarglielo.
Come comandante della guardia carceraria, l'ho rimproverato aspramente.
Quel pilota era nostro prigioniero, affidato alla mia tutela.
Doveva essere trattato con durezza, ma con rispetto».
Quel pilota era McCain, e il suo carceriere è un uomo di 75 anni, tre più di lui.
Vive a duecento metri dall'Hoa Lo, che gli americani chiamavano con ironia Hanoi Hilton: la prigione.
Casa al primo piano, scala buia, toilette sul ballatoio.
Piedi nudi sul pavimento di legno, vecchie foto in divisa, una Tour Eiffel di plastica sul tv color, la sola cosa che abbia meno di quarant'anni.
È la prima volta che racconta questa storia.
«Mi chiamo Nguyen Tien Tran, sono nato il 18 maggio 1933, e ho servito per quarant'anni nell'esercito vietnamita.
Il 26 ottobre 1967 presi in custodia il capitano della Marina americana John Sidney McCain, appena ripescato dal lago Truch Bach, un chilometro a nord da qui.
Non era certo il primo; ma non ne avevo mai visto uno così malridotto.
Braccia rotte, ginocchio destro a pezzi.
Gli demmo da mangiare e da bere; vomitò tutto.
Delirò per l'intera notte.
Il mattino dopo lo portammo all'ospedale 108, quello dei militari, dove fu operato e rimase un mese.
Io non lo perdevo mai di vista, talora non tornavo a casa neppure la notte e dormivo nella stanza a fianco: temevo che un medico o un infermiere potesse fargli del male.
E noi non volevamo che morisse; ci siamo accorti quasi subito che era figlio e nipote di due grandi ammiragli americani.
Ero il responsabile del suo caso: dovevo sorvegliarlo da vicino e, appena possibile, interrogarlo.
Compito che ho svolto per cinque anni e mezzo ».
Fin dall'inizio, le due storie divergono.
McCain scrive di essere rimasto abbandonato per quattro giorni, che i vietnamiti per curarlo volevano sapere «tipo d'aereo, obiettivi futuri, e altri particolari di ogni sorta».
Portiamo a Nguyen Tien Tran l'autobiografia del suo prigioniero, Faith of My Fathers.
Lui nota subito che «adesso si firma solo John, ma una volta insisteva: “Mi chiamo John Sidney McCain”».
Poi si prende mezza giornata per leggere i capitoli sulla cattività a Hanoi, e replicare.
«Non [...]

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