Il Viaggio

 27 gennaio 2011.
Per non dimenticare… Nel 1943 iniziò la deportazione degli ebrei italiani.
Principale destinazione Auschwitz.
Pochissimi tornarono.
Liliana Segre aveva 14 anni, quando partì da Milano verso il lager.
"Arrivati alla Stazione Centrale, la fila dei camion infilò i sotterranei enormi passando dal sottopassaggio di Via Ferrante Aporti; fummo sbarcati proprio davanti ai binari di manovra che sono ancor oggi nel ventre dell’edificio.
Il passaggio fu velocissimo: SS e repubblichini non persero tempo: in fretta a calci, pugni e bastonate, ci caricarono sui vagoni bestiame.
Non appena un vagone era pieno, veniva sprangato e portato con un elevatore alla banchina di partenza.
Fino a quando le vetture furono agganciate nessuno di noi si rese conto della realtà.
Tutto si era svolto nel buio del sotterraneo della stazione, illuminato da fari potenti nei punti strategici, fra grida, latrati, fischi e violenze terrorizzanti.
Nel vagone era buio, c’era un pò di paglia per terra e un secchio per i nostri bisogni.
Il treno si mosse e sembrò puntare verso Sud.
Andava molto piano, fermandosi per ore.
Dalle grate vedevamo la campagna emiliana nelle brume dell’inverno e stazioni deserte dai nomi familiari.
Gli adulti dimostravano un certo sollievo, visto che il treno non era diretto al confine, ma alla sera ci fu un’inversione di marcia e quella notte nessuno dormì.
Tutti piangevano, nessuno si rassegnava al fatto che stavamo andando verso Nord, verso l’Austria.
Era un coro di singhiozzo che copriva il rumore delle ruote.
All’alba il treno si fermò e con sgomento vedemmo scendere i ferrovieri italiani e salire i sostituti, forse austriaci, forse tedeschi.
Dai vagoni piombati saliva un coro di urla, di richiami, di implorazioni: nessuno ascoltava.
Il treno ripartì.
Il vagone era fetido e freddo, odore di urina, visi grigi, gambe anchilosate, non avevamo spazio per muoverci.
I pianti si inquietavano in una disperazione assoluta.
Io non avevo nè fame nè sete; mi prese una specie di inedia allucinata come quando si ha la febbre alta; quando riuscivo a riflettere pensavo che, forse, senza di me, Papà avrebbe potuto scappare da San Vittore, saltare quel muro come aveva proposto Peppino Levi, o forse no.
Mi stringevo a Lui, che era distrutto, pallido, gli occhi cerchiati di rosso di chi non dorme da giorni.
Mi esortava a mangiare qualcosa, aveva ancora per me una scaglia di cioccolato.
La mettevo in bocca per fargli piacere, ma non riuscivo a inghiottire nulla.
Nel centro del vagone si formò un gruppo di [...]

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