Il cristianesimo semplice del pakistano Bhatti

Di fronte a eventi tragicamente ordinari - come un omicidio politico in un Paese ad alta tensione terroristica - le reazioni possono essere fondamentalmente di due tipi: o si lascia che l'emozione di un momento scivoli via in un'amara assuefazione oppure si accetta che la vicenda scombini tanti luoghi comuni del nostro pensare e interpretare le situazioni attorno a noi e nel mondo più vasto.
Chi non si ritrova in questa accezione della popolarità del cristianesimo e magari constata il venir meno di una "differenza cristiana", la perdita di sapore del «sale della terra», la confusione tra il radicare il proprio comportamento nel vangelo e l'appellarsi a radici di alberi che hanno smesso di dare frutti corrispondenti, viene facilmente tacciato di elitarismo, additato come sostenitore di una mitica cerchia di «puri e duri«, come sognatore di un'utopica realtà fatta di persone coerenti: reazione sintomatica di un'implicita tendenza di comodo a contrapporre rarissime «virtù eroiche» a diffusissime abitudini dalla matrice cristiana un po' sbiadita.
Lo abbiamo visto nella vicenda umanissima dei monaci di Tibhirine in Algeria: uomini semplici, in buona parte di umile estrazione, legati nel quotidiano a un popolo altrettanto semplice; lo ritroviamo nelle lettere e negli scritti dal carcere di Franz Jägerstätter, un contadino austriaco che accetta la condanna capitale per non servire nell'esercito di Hitler e resta fermo nel suo spontaneo, naturale rifiuto nonostante molti, anche tra i pastori della sua chiesa, cerchino di dissuaderlo da un gesto tanto audace; lo scopriamo nelle parole pacate di Shahbaz Bhatti, ministro cristiano nel Pakistan musulmano, brutalmente assassinato - come del resto un suo collega musulmano di orientamento «laico» - per non aver desistito dal difendere gli indifesi, cioè dal fare il suo dovere di ministro (che significa "servitore") delle minoranze religiose.
Costoro non sono eccezioni, sono piuttosto l'emergere alla visibilità di una moltitudine di oscuri testimoni della speranza di cui nessuno si ricorda, costituiscono la realtà portante dell'autentico «popolo di Dio» cui il Vaticano II ha ridato consapevolezza e responsabilità, rimettendogli fra le mani quella parola di Dio che, come la pioggia, non scende dal cielo senza irrigare, fecondare e far germogliare la terra.
Fonte: http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/girata.asp?ID_articolo=8473&ID_blog=25&ID_sezione=29

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