Il mestolo per la polenta

Il mestolo per la polenta dovrebbe servire a fare la polenta o qualcosa di simile, è fabbricato e commercializzato per questo scopo.
Il mestolo per la polenta che c’era nella casa della mia famiglia di origine, invece, serviva anche a picchiarmi.
Lei (ormai da tempo non mi viene più spontaneo chiamarla madre) sovente lo tirava fuori dal cassetto della cucina anche per me, e quando non era il momento di fare la polenta.
Patisco molto qualsiasi cosa che non sia una carezza - sulla testa - da quegli anni lontani.
E ho un moto di spavento per qualsiasi gesto improvviso che coinvolga le mani altrui.
Come patisco le urla e le minacce.
Le patisco esageratamente, nel presente.
Esageratamente, se con i ricordi non torno indietro negli anni e non tengo bene a mente la correlazione che esiste fra le mie reazioni “spontanee” e la paura e le violenze del passato.
Lei diventava una furia, quando era arrabbiata.
Non mi ricordo bene per che cosa si arrabbiasse.
Ricordo invece molto bene le botte, date a caso, senza fare attenzione alla parte di me che veniva colpita.
Ricordo un bambino impaurito che cercava di scappare in qualche angolo della casa, si rannicchiava a terra proteggendosi la testa con le braccia e con le mani e attendeva che quella donna esaurisse il suo sfogo.
A volte si faceva male da sola, quella stessa donna, tant’era la foga che ci metteva ad usare il mestolo in quella maniera, tant’era il delirio che l’assaliva.
Ricordo che quel bambino, ad un certo punto, era riuscito a non piangere nemmeno più.
Era la sua piccola vittoria, l’unica vittoria possibile: non mostrare il dolore che gli veniva inflitto, un dolore a cui non poteva reagire, a cui non poteva sottrarsi.
Aveva provato, qualche volta, a contrastare la donna.
Il risultato era che la donna poi, alla sera, quando il marito rientrava a casa dal lavoro (e dopo essere immancabilmente passato dal bar), gli raccontava di quanto era stato cattivo il bambino.
E l’uomo rincarava la dose, con le sue grosse mani.
Perciò – strategicamente - il bambino aveva adottato la tattica dell’immobilismo, era quella che limitava maggiormente i danni.
Quando veniva picchiato metteva a disposizione soltanto il corpo, perché quello non poteva certamente sottrarlo, purtroppo.
Ma la mente era altrove, in un’altra dimensione, a cercare un qualche tipo di conforto, a non sentire il dolore delle percosse.
E col tempo era divenuto orgoglioso della propria capacità di resistenza, della propria capacità di estraniazione dalla realtà.
Riusciva a non sentire più le urla [...]

Leggi tutto l'articolo