Il paese degli elefanti - conclusione - l'ultimo degli ultimi

La strada si inerpicava tutta curve nell'ombra della foresta davanti a noi.
Questa è una vera strada da elefanti, dissi a Thomsa Wat, mentre l'autista faceva manovra in uno stretto tornate.
Un tempo si, prima dell'asfalto, rispose, quello era l'unico mezzo di trasporto, su queste montagne, ma oggi è più facile trovare un autocarro.
Ma poco più su, qualche tornante dopo, mi sembrò di intravedere qualcosa di grigio e pesante, là davanti.
Poi la curva lo nascose, poi ricomparve e ben presto gli arrivammo dietro.
Un elefante.
La strada era molto stretta e dissestata e la vegetazione si alzava e generava un'ombra fitta e verdeggiante.
Il pachiderma procedeva lentamente, su per la salita.
Sulla schiena aveva un carico di fagotti e una pesante catena appoggiata sul collo penzolava in tintinnanti spire.
A cavalcioni dell'animale, con i piedi dietro le grandi orecchie, c'era un ragazzo che dirigeva il bestione con una stecca di bambù.
Teneva una mano appoggiata al testone della bestia fitto di setole nere, diviso in due lobi tondeggianti.
Davanti all'animale procedeva a piedi un altro uomo, lentamente.
Sorpassammo la suggestiva carovana che subito scomparve dietro un'altra curva.
Thomsa Wat disse che quello doveva essere proprio l'ultimo degli ultimi elefanti laotiani.
Mi tornò in mente quella stampa ottocentesca, il villaggio, gli esploratori, i portatori indigeni, i pachidermi bardati e carichi, e quel piccolo irrequieto, a sinistra, ultimo rampollo, figlio di un mondo destinato a cambiare.
Ciononostante confesso che ci ho messo un po' a realizzare col pensiero, mentre vedevo la giungla sfrecciare via dal finestrino, mentre guardavo il riflesso del mio sguardo sovrapposto a tutto quel verde, ci ho messo un po' a realizzare che mi trovavo tra le foreste dell'Indocina e che avevo appena sorpassato un elefante asiatico col suo carico, né più né meno come i molti che avevo già avuto modo di vedere, in passato, e che rivedevo ora in un fantasmagorico diorama immaginario, sgorgare sguaiando barriti nelle cacce alla tigre tra le pagine di Kipling e Salgari.

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