Inchiesta petrolio, impianto Eni sequestrato: cassa integrazione per 430 lavoratori

"Giungono segnali negativi anche da alcune aziende dellʼindotto, che danno lavoro a oltre 3mila persone", fanno sapere i sindacati L'Eni ha annunciato l'avvio delle procedure per collocare in cassa integrazione i 430 addetti del Centro oli di Viggiano (Potenza), in parte sequestrato nell'ambito dell'inchiesta sul petrolio.
I sindacati esprimono "forte preoccupazione" e temono anche per la sorte di altri lavoratori: "Giungono segnali negativi anche da alcune aziende dell'indotto, che danno lavoro a oltre 3mila persone", dichiarano Cgil, Cisl, Uil, Filtcem, Femca e Uiltec.
I rappresentati lucani dei sindacati hanno espresso "forte preoccupazione" e hanno auspicato "lo sblocco in tempi brevi degli impianti, a prescindere dal ricorso in Cassazione presentato dall'Eni".
Il piano di ammortizzatori sociali non coinvolge invece la raffineria Eni di Taranto, che utilizza il greggio estratto in Val d'Agri.
Visto il blocco dell'approvvigionamento tramite l'oleodotto lucano-pugliese, la compagnia ha provveduto a condurre a Taranto alcune navi-cisterna per non compromettere le produzione di benzina e gasolio.
Il gip ha sequestrato due vasche nel centro oli di Viggiano e un pozzo di reiniezione a Montemurro (Potenza).
Dal 31 marzo è bloccata una produzione giornaliera di 75 mila barili di petrolio.
Eni: stop contratti fornitori - "Sono in corso di consegna le lettere di sospensione contrattuale e degli ordini di lavoro con i fornitori del centro oli".
Lo ha annunciato l'Eni, precisando che nel centro lavorano "attualmente" 354 dipendenti per i quali la compagnia ha annunciato ai sindacati l'avvio delle procedure di "riallocazione".
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