Incontri andalusi

Terra bianca.
Terra rossa.
Ulivi.
La pianura del Guadalquivir.
Campi di grano e ulivi.
Qua e là qualche toro nero nel verde del prato, nel bruno della terra calpestata, nel biondo del grano.
Ulivi.
Le prime ondulazioni, come dita sotto il velluto, dove la pianura del Guadalquivir non è più pianura e la Sierra Nevada non è ancora Sierra.
Ulivi.
Niente più tori.
Case, poche.
Bianche.
Portici, cortili, stalle.
Stop.
Fermerei qui la bianca carrozza 3 della Renfe, la Red Nacional de Ferrocarriles Españoles, che arranca sulle prime salite della Sierra, qui, tra gli ulivi.
Tiro il freno, stride il ferro, odore di ruggine, di fucina, poi silenzio e campagna sterminata.
Cicale? Si, cicale, immagino il frinire delle cicale di quella campagna estiva.
Il treno, via.
Via i binari tesi, via le massicciate, via, via tutto, solo terra bianca e terra rossa e ulivi.
Un sentiero.
Una stradina di polvere che non arriva e che non va.
Che passa.
Poi così, mentre mi guardo intorno in quel niente di ulivi e di cicale, mi accorgo, non improvvisamente, così, a un certo punto, voltando lo sguardo, mi accorgo che il oltre il poggio è spuntato qualcuno che avanza.
Dapprima vedo qualcosa che spunta oltre il dosso, qualcosa che avanza con passo ciondolante, un cavaliere magro e un altro, accanto a lui, più basso.
Un cavallo grigio sporco d'una magrezza da fame, con una groppa imbarcata sotto il peso di quello spilungone baffuto, tutt'ossa anche lui come la bestia.
E l'altro è un ometto rubicondo con un cappelletto sformato, morbidamente ingroppato su un somaro tutto orecchie e dall'aspetto altrettanto rubicondo del suo cavalcatore.
Il piccoletto parla in fretta, con voce stridula, che si sente da lontano nel frinire delle cicale, nella brezza degli ulivi, un castigliano stretto, gesticolante, sputacchiante, masticato.
Il lungo risponde a monosillabi e grungniti, qualche raro cenno del capo, sempre guardando avanti, ritto in sella con le gambe nelle staffe che quasi sfiorano il sentiero sotto la pancia costoluta del povero animale che avanza con un lungo zoccolare stanco.
Un passo del cavallo ne fanno tre del ciuco.
La strana coppia mi passa accanto ignorandomi, come fossi un'ombra, come vedessero altro nella loro realtà parallela, nella loro dimensione, in quella campagna disseminata d'ulivi.
Procedono oltre me, parlottando, cavalcando, fino al sommo d'un altro colle, fino a sparire oltre il dosso.
E mi accorgo che il loro passaggio non ha sollevato nemmeno un alito di polvere, non ha lasciato nemmeno un'impronta sul sentiero.
Devo averli [...]

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