Intervista ai Booka Shade, Sonar 2010

E’ passato ormai un lustro dall’exploit dei Booka Shade.
Correva l’anno 2005 quando pezzi come “Body Language” (anthem a otto mani con gli amici e colleghi M.A.N.D.Y.) e “Mandarine Girl” furoreggiavano nei club di tutto il mondo, preparando la strada a “Movements”, il secondogenito, disco in grado di convincere pubblico e critica, qualificandosi come disco “epocale”, capace di trovare consensi un po’ ovunque, nella terra di mezzo ai confini con la house, techno ed electro.
Walter Merziger e Arno Kammermeier non si sono mai seduti sugli allori e hanno continuato a macinare remix, dischi – anche come discografici con la loro Get Physical – e live set come quello che li vede protagonisti al Sonar. Guarda caso cinque anni dopo la prima volta.
  Mi sono sempre chiesto quale fosse il significato del vostro nome… Arno: E’ un nome inventato, non ha un significato particolare.
Risale al 1993/94; all’epoca facevamo un sacco di produzioni house.
Prima di allora avevamo fatto parte di una pop band e l’idea di restare dietro le quinte e non sulla scena, producendo e licenziando musica usando nomi ogni volta diversi ci attirava molto.
Quasi ogni settimana cose nostre su etichette inglesi, olandesi e belga.
Un giorno, sfogliando una rivista di musica alla ricerca di un nome, siamo incappati in un’intervista a Booker T, il bluesman.
Così l’abbiamo modificato.
Poi è toccato a shadow diventerà shade… Suonava bene ed eravamo convinti fosse un nome che poteva rimanere impresso in mente.
Mi raccontate com’è nato More? Walter: L’idea è nata durante il tour del disco precedente, The Sun & Neon Light.
Pensavamo fosse ora di tornare sul dancefloor dopo un lavoro più umorale come quello.
Abbiamo ricominciato a fare dj set per provare a riprendere confidenza con sonorità più ballabili e così è stato: tutte le canzoni nuove hanno dei beat dance veri e propri insieme alle tipiche melodie e armonie targate Booka Shade.
Dico canzoni piuttosto che tracce proprio perché hanno un carattere più melodico rispetto ai lavori degli altri DJ.
Dopo circa quindici o sedici mesi di lavoro ci siamo trovati con cinquanta brani nuovi, praticamente due album.
Avevamo sempre detto di volere più emozioni, più beats e più tutto… Quindi l’abbiamo chiamato More.
E’ semplice, puro e carino, io sono un fan dei titoli corti; così ci siamo detti: “perché no?! “.
Come vedete la scena dance internazionale oggi rispetto all’uscita di Memento? W: Credo che sia cambiata molte volte da allora.
Il pubblico, i [...]

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