Irene di Spilimbergo

Irene di Spilimberg, Friulana Questa donzella, rampollo d’una feudataria famiglia ch’era in grandissima fama non solo per antica nobiltà e per larghezza di patrimonio, ma ben anche per protezione accordata alle belle arti, nacque da Adriano da Spilimbergo e da Giulia da Ponte, veneta patrizia, l’anno 1540.
Veggiamo bene spesso che la scuola della sventura opera fortunati successi molto meglio che il sorriso della fortuna; e ciò appunto è quello che avvenne ad Irene.
Tenerella rimase orba del padre, abbandonata dalla madre, spogliata de’ suoi averi, cacciata di casa, e buona ventura sua potè essere quella di rifuggirsi presso l’avo materno in Venezia, ove venne istituita al ricamo, alle lettere, alla musica, alla poesia, alla pittura.
Di quest’ultima spezialmente si accese, avida di emulare Sofonisba Anguisciola, che allora teneva il campo tra le più famigerate Italiane; ma tanto Irene sforzò la sua debile complessione da contrarre un malore insanabile, di cui restò vittima nel 1559 non essendo ancor giunta al quarto suo lustro.
Avea avuto Tiziano a suo precettore; e Apostolo Zeno ci narra di avere letto versi che la discepola gl’indirizzava in pegno di tenera riconoscenza.
Giorgio Vasari le tributò i titoli di Vergine bellissima, letterata e musica, e scrisse che a tanta fama salita era da venir celebrata da tutte le penne degli scrittori d’Italia.
In effetto Dionigi Atanagi diede l’anno 1561 a luce una raccolta di Rime tutte scritte in suo onore; ed a’ nostri giorni il conte Fabio di Maniago, elegante e diligente illustratore delle arti friulane, scrive che cospicue opere d’Irene serbansi tuttavia tra le pitture più scelte che vantar possa oggidì la patria sua.
Ad esso dobbiamo anche lo scoprimento del ritratto della donzella da Tiziano dipinto, di quel ritratto che vide pure il grande Torquato, il quale in un Sonetto esclamò:   .....
or dipinta (oh nobil maraviglia) E di cure d’onor calde ed ardenti, E d’onesti desir par che ne invoglie! Tratto da: Alcuni ritratti di donne illustri delle provincie veneziane (1826) di Bartolommeo Gamba.

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