JOBS ACT, RIFORMA A LICENZIAMENTI CRESCENTI

Crollano i contratti a tempo indeterminato e aumentano i licenziamenti.
La logica del Jobs Act è stata, infine, registrata anche dal sistema delle comunicazione obbligatorie del ministero del lavoro che ieri ha pubblicato l’aggiornamento dei dati sullaq riforma renziana per eccellenza, quella lodata da Angela Merkel come «impressionante».
Impressionante lo è, in effetti, questa riforma, ma non nel senso del successo celebrato, con poca convinzione e come un disco rotto, a bordo della portaelicotteri Garibaldi e a largo di Ventotene nel dimenticato vertice Italo-Franco-Tedesco di fine agosto.
In primo luogo l’occupazione «stabile» diminuisce, perché sta calando la droga degli incentivi finanziati dal governo per sgravi contributivi dei neo-assunti.
Aumentano invece i licenziamenti – sia per la crisi, ma soprattutto perché il Jobs Act li ha liberalizzati.
In un tempo relativamente recente questo stupido e insapore inglesismo è stato usato per celebrare la nascita del 47esimo contratto precario: quello a «tutele crescenti».
I primi dati sui licenziamenti dimostrano che l’unica cosa che cresce nel mercato del lavoro italiano è la libertà di licenziare senza l’articolo 18.
Ecco i numeri: +7,4% licenziamenti sul secondo trimestre 2016, +17,4% sul primo trimestre 2016.
Tra le altre cessazioni sono aumentate quelle promosse dal datore di lavoro (+8,1%) mentre si sono ridotte quelle chieste dal lavoratore (-24,9%).
Nel secondo trimestre del 2016 sono state registrate 2,45 milioni di attivazioni di contratti nel complesso a fronte di 2,19 milioni di cessazioni.
Interessante il dato sull’aumento delle cessazioni richieste dal datore di lavoro rispetto a quelle richieste dal lavoratore: la differenza attesta che si è tornati a licenziare, con le nuove regole, nel 2016.
A riprova che qualcosa nel Jobs Act si è inceppato c’è il dato sulle attivazioni: rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, nel secondo trimestre dell’anno in corso sono diminuite del 29,4%, cioè 163.099 posizioni.
Dato già conosciuto da numerose rilevazioni dell’Inps che trova oggi conferma in quello elaborato dal ministero del lavoro.
Considerata la dispersione della raccolta dei dati sull’occupazione, divisa tra Istat Inps e Ministero, si assiste a una convergenza già in atto da mesi e ieri nemmeno manipolata come di consueto dal governo.
Va ricordato che la differenza tra questi dati e quelli dell’Inps sta nel considerare tutto il lavoro dipendente, compreso quello domestico, agricolo e nella pubblica amministrazione, oltre che dei [...]

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