Juno e Izumo le proteine-chiave della fertilità

La dea della fertilità è una proteina che si trova sull'ovulo.
E non a caso l'hanno battezzata Juno, ovvero Giunone.
È durata ben nove anni la caccia al recettore presente sulla superficie del gamete femminile che rende possibile la fencondazione.
La scoperta si deve ai ricercatori dell'Istituto Sanger del Wellcome Trust, in Gran Bretagna, e ad un team di cui fa parte l'italiana Enrica Bianchi, che è anche la prima autrice dello studio pubblicato su Nature.
Nove anni fa scienziati giapponesi avevano individuato Izumo, la proteina presente sullo spermatozoo che rappresenta l'”esca” per l'ovulo femminile.
Le proteine funzionano, infatti, come dei ganci biologici che permettono alle cellule di congiungersi.
Il nome Izumo era stato scelto in onore di un tempio giapponese (Izumo, appunto) dedicato alla divinità dei matrimoni.
Perché quello che prima i giapponesi e adesso i ricercatori del Wellcome Trust hanno visto è un vero “corteggiamento biologico” tra spermatozoo e ovulo, che riescono a riconoscersi proprio grazie a Juno e Izumo, le due proteine “chiave” della fertilità.
La caccia è stata difficile anche per un'altra ragione, che svela un altro mistero di come nasce la vita.
Infatti, Juno dopo aver “intercettato” lo spermatozoo prescelto tra i milioni che gli girano intorno, a fertilizzazione avvenuta, scompare magicamente per 40 minuti dalla superficie dell'ovulo, in modo da non essere più visibile agli altri spermatozoi.
Un meccanismo complesso, ancora tutto da studiare, ma che potrebbe aprire le porte a nuove cure per la fertilità, maschile e femminile, e anche a nuove tecniche per la fecondazione assistita.
I ricercatori del Sanger Institute, infatti, per “catturare” Juno hanno messo a punto una versione sintetica del "corteggiatore" maschile, Izumo, e hanno studiato il meccanismo su topi infertili.
I topi maschi a cui mancava la proteina Izumo risultavano, infatti, sterili e i topi femmina senza Juno infertili.
Juno e Izumo funzionano come chiave e serratura.
“Per dare origine a una nuova vita al momento del concepimento si devono necessariamente accoppiare – spiega l'autore principale dello studio Gavin Wrigth, autore senior dello studio -.
Senza questa interazione essenziale, nulla accadrebbe”.

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