L'AVVOCATO - 4

  Il ’60 e il ’61 furono due anni tremendi, per me.
Continuai a cercare lavoro senza  trovarlo.
Diedi tutti i cinque esami del primo anno tra giugno e ottobre del ’60, senza lasciarmi neanche un residuo per la sessione straordinaria di febbraio.
Così potei ottenere l’esonero dalle tasse per il secondo; e in aggiunta vinsi una borsa di studio di centomila lire dell’Opera Nazionale Orfani di Guerra.
Altrimenti, già temevo di dover lasciare.
La metà della borsa di studio, però, la donai a mia madre, per i suoi denti.
  Tra l’ultimo dei cinque esami del primo anno accademico e i primi esami del secondo nel giugno successivo, ebbi il tempo di riorganizzare i miei appunti in materia di religione e di farmi un piano di lavoro per riempire le lacune di informazione dovute all’insufficiente documentazione rinvenuta nella biblioteca religiosa.
Volevo ricavarne al più presto uno studio sistematico, che aiutasse altri a risolvere il problema in modo completo e definitivo.
  Alla fine del 1960 maturai la decisione di aderire al PCI; e l’anno seguente sarei stato quasi costretto ad assumere la segreteria della sezione comunista di Monteflavio.
  Verso il Partito Comunista mi portava non una scelta intellettuale, ma l’impossibilità di restare estraneo a uno scontro di classe che vedevo crudo e reale, nella condizione mia, del mio paese e dei suoi braccianti.
Non mi seduceva quel cantare alla rivoluzione, che dopo il disarmo dei partigiani era diventata chiaramente una prospettiva del tutto irreale; e giudicai subito sbagliata e pericolosa la fede di Marx in un processo insurrezionale che sarebbe maturato automaticamente con l’abbrutirsi dello sfruttamento.
Così avrei sempre aborrito il conseguente “tanto peggio tanto meglio”, che ispirava di fatto le posizioni di tanti che pure in teoria condannavano il massimalismo; né, per poco che ne sapevo, mi convinceva il modello sovietico, che comprimendo l’individualità rinunciava, tra l’altro, all’incentivo rappresentato dal riconoscimento del merito e della iniziativa.
Sentivo anche che nei paesi dell’Est non se la passavano molto bene.
  La possibilità di entrare nella elaborazione di un comunismo democratico, la via italiana di cui parlava Togliatti, fatta di solide riforme strutturali, anticipata del resto dalla partecipazione del PCI alla stesura della Costituzione democratica, via che negli anni 70 sarebbe sfociata nel progetto dell’eurocomunismo, fu l’argomento decisivo per superare le obiezioni a una scelta che mi appariva obbligata, in un paese e in un [...]

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