L'AVVOCATO - 7

  Con particolare piacere vidi nascere e poi crescere tra le mie braccia la seconda figlia di Vanda, Rita, attaccatissima a me; o mi coccolavo Ottavia, con i suoi fantastici capelli rosso rame, mentre sua madre accudiva alla neonata.
E Vanda mi allungava le mille lire “per andarci all’università”.
  Nella soffitta della casa di Luciano e Vanda, nel corso di alcuni lavori, trovai un surrogato della tastiera e un nuovo mezzo di seduzione: la chitarra.
A Monteflavio, specialmente nelle notti d’estate, le combriccole canterine si disturbavano a vicenda, sulla piazza; sicché la fisarmonica di Armando, la chitarra di Evaristo, il mandolino di Aristide, per citare solo i migliori, sceglievano uno dei tanti angoli tranquilli per le strade e le piazzette secondarie; né era morta la sublime consuetudine della serenata.
 Credo che fosse quella vitalità di un paese pieno di musica a richiamarvi, allora, tanti villeggianti.
Ma tutti suonavano a orecchio e nessuno era in grado di ammaestrare discepoli.
  La chitarra che trovai in un angolo del solaio era accrettita e priva di alcune corde.
Luciano, che era riuscito a imparare solo il giro degli accordi in re e aveva poi abbandonato l’impresa, non solo fu felicissimo di lasciarmela, ma mi diede anche un metodo elementare per autodidatti.
  Sapevo che, senza un buon maestro, nella musica non si arriva lontano; ma l’orecchio non mi mancava e, autodidatta nato, imparai presto il giro armonico di tre o quattro tonalità.
Senza badare al sottile, stimolato dai Filoni, affamati di uno strumento, presi subito a strimpellare, anch’io a orecchio, quanto bastava per accompagnare le mie canzoni e i nostri cori sguaiati.
Ma nelle serenate riuscivo quasi ad addomesticare  sia la muta che la chitarra.
  Il più duro da passare era il giorno.
Ringraziavo ancora nonno Angelo che mi aveva indicato la compagnia dei libri e nonno Berni per avermi generato poeta: lo studio e i primi componimenti (racconti, poesie, canzoni) erano ancora la mia vera vita.
  Con i libri in prestito dalle biblioteche dell’Università proseguii anche nella rifinitura dei miei studi religiosi, mentre preparavo gli esami del secondo anno e poi del terzo.
Ne uscirono tre volumoni degni della laboriosità di un pandettista.
Troppo pesanti: nessuno li avrebbe pubblicati; ma a me servivano comunque, per chiudere definitivamente il capitolo “Religione”.
  E poi c’erano le mie montagne, nel cui abbraccio mi perdevo spesso inoltrandomi in solitudine per i loro sentieri. 

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