L'ammirevole lezione di speranza di Aung San Suu Kyi

Aung San Suu Kyi ha tutto dell'eroina tragica: la maledizione ereditaria, la lotta disperata contro forze che la superano in numero, la passione per il dovere, prima di tutto per la sua nazione, l'amore incondizionato per il suo popolo.
Nessuno può restare indifferente alla vista di questa fragile donna di 65 anni dalla volontà di ferro, che emerge da un implacabile ed infinito arresto domiciliare: sette anni tagliata fuori dal mondo, nella sua grande casa cadente a Rangoon.
E tutto questo solo per aver proclamato la sua fede nella democrazia e aver richiamato l'attenzione del suo popolo al dialogo e alla pace.Fossimo stati presenti, avremmo cercato invano segni di amarezza o di risentimento nell'atteggiamento di Aung San Suu Kyi nei confronti della giunta militare birmana - che le ha fatto passare quindici degli ultimi ventuno anni in detenzione (in una forma o in un'altra).
Durante questi anni d'isolamento, suo marito è morto lontano da lei, in Gran Bretagna, ed è stata separata dai loro due figli; il suo partito è stato sciolto e più di 2.000 dei suoi oppositori sono finiti in prigione.
Ma domenica 14 novembre 2010, a Rangoon, la premio Nobel della pace, fiori nei capelli ed un sorriso sereno e constante sul viso, ha parlato soltanto di riconciliazione nazionale, dimostrando solo l'immensa gioia nel ritrovarsi davanti ad una folla di suoi compatrioti.
Altri, prima di lei e sotto altri cieli, ma che come lei si sono opposti a regimi totalitari, hanno fatto la stessa scommessa e l'hanno vinta.
L'accademico sovietico Andreï Sacharov, liberato nel 1986 dal suo esilio forzato a Gorki, non aveva ancora messo piede a terra, al suo arrivo in treno alla stazione di Mosca, che già prometteva di riprendere con impegno incondizionato, la sua lotta per la democrazia.
Gli oppositori polacchi Adam Michnik - convinto attivista anti-comunista e anti-totalitarista e fondatore e direttore del quotidiano Gazeta Wyborcza - e l'attivista e politico Jacek Kuron, liberati nel 1984 dopo la prigionia impostagli sotto lo stato di guerra decretato contro il sindacato Solidarność, nonostante i poliziotti in abiti civili schierati davanti alle loro case, ribadirono immediatamente la loro determinazione a continuare di combattere per la libertà.
A Mosca, come a Varsavia, questa fermezza fu ricompensata da un cambiamento di regime, alcuni anni più tardi.
Il destino fuori del comune di Aung San Suu Kyi è stato interamente dominato dalla mitica figura del padre, da cui ha ereditato la gestualità, l'intonazione e lo stesso sorriso aperto [...]

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