L'amore in un libro: parte quarta.

Per tutto il resto del viaggio parlammo di qualsiasi cosa.
A partire dai nostri studi, le nostre famiglie, le aspettative e le difficoltà che sarebbero sopraggiunte.
Chi ci vedeva per la prima volta, avrebbe faticato a credere che ci conoscevamo solo da poche ore anzi, pochissime. Peter aveva una parlantina fluida e una voce gradevole, già me l'immaginavo impegnato in politica, sopra un palco ad arringare la folla.
Ma sapeva anche ascoltare e, pregio che pochi hanno, non interrompeva mai nel bel mezzo del discorso.
E stavo proprio parlando di qualcosa inerente la scuola quando, con un annuncio, venimmo avvisati che il treno stava per arrivare a destinazione.
-Naturalmente non ci perderemo di vista, vero?- disse Peter aiutandomi a indossare lo zaino.
“No, certo che no!” avrei voluto rispondergli immediatamente.
Ma non volevo che si facesse un'idea sbagliata di me, da sprovveduta che abbocca al primo belloccio che l'abborda.
-Ti faccio uno squillo se mi lasci il tuo numero, magari ci si vede- dissi invece.
Lui sembrò deluso da quella risposta, ma si riprese quasi subito.
Sorridendo, sfilò il cellulare dalla tasca dei jeans e vi armeggiò sopra per qualche secondo, quindi risollevò lo sguardo.
-Prendi nota-   Ci lasciammo nel piazzale antistante la stazione.
-Ho il bus che mi porta praticamente davanti a casa, tu come farai ad arrivare dai tuoi zii?- mi chiese Peter scorrendo il tabellino degli orari.
-Dovrebbe esserci mia zia ad attendermi, ma ancora non la vedo, al massimo prenderò un taxi, non preoccuparti-risposi guardandomi attorno.
-Ok, allora...ci sentiamo- Furono le sue ultime parole prima che, rivolgendomi un saluto con la mano, salì sopra un bus appena arrivato e si confuse con gli altri passeggeri. Guardai di nuovo l'orologio, infastidita dal fatto che mia zia non si fosse ancora fatta vedere.
Ma di cosa dovevo stupirmi in fondo? Era la sorella di mia madre, e su certe vedute si assomigliavano molto, sin troppo. Presi il cellulare con l'intenzione di chiamarla, ma lo riposi immediatamente.
No, me la sarei cavata da sola, anche in una città sconosciuta e all'apparenza fredda e distante, al diavolo! A grandi passi, mi avvicinai al parcheggio dei taxi e a salii sul primo della fila.
-Via Pascoli per favore- dissi senza neppure guardare in faccia l'autista.
-Si trova in periferia, col traffico sarà una mezz'ora di strada- rispose quest'ultimo in maniera gentile.
-Non si preoccupi, ho di che pagare, e tempo in abbondanza- risposi sgarbata, anche se non ne avevo l'intenzione.
Il tassista, un uomo di [...]

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