L'intrepido: il capolavoro di Albanese

L'abbiamo sempre visto nelle pantomime tragicomiche di Cetto Laqualunque & co.
e quindi immaginarselo in uno di quei ruoli virtuosi da kolossal americani è molto difficile, ma questa volta Antonio Albanese stupisce tutti e con la sapiente regia di Gianni Amelio regala una vera e propria perla al 70° Festival del cinema di Venezia: L'intrepido.
Una pellicola che, se proprio vogliamo, ha forse il suo unico neo nell'essere un po' lungo, ma per il resto è perfetto.
Fluido, toccante e purtroppo profondamente realista nel suo essere eroico e fumettoso.
Da una parte capace di farci innamorare della dignità di un uomo senza lavoro, divorziato e solo.
Dall'altra stridente nel proporre l'insensato caos presente nell'animo di due giovani, Ivo e Lucia, che pur avendo un futuro radioso di fronte a sé non riescono a scrollarsi di dosso le ombre ansiogene di una generazione da tempo privata di qualunque valore di umiltà e forza d'animo.
Dolce e sorridente, nonostante la crisi buia che gli spezza il fiato, Antonio cerca di capire questi due ragazzi.
Di aiutarli.
Di salvarli.
Come qualunque buon supereroe farebbe al suo posto.
Ma...
la realtà è diversa dagli albi disegnati e anche se in qualche modo il nostro eroe non perde, non si può dire che vinca.
Particolare nella visione del mondo e artefice della surreale (ma forse nemmeno troppo ormai) creazione di una nuova tipologia di lavoro, quello del rimpiazzo, questa pellicola racconta, in ognuno dei tre personaggi, la situazione di molti nel nostro paese e spiazza lo spettatore mostrandogli come vanno le cose oggi anche in una grande e ricca metropoli come Milano. Nella quale, al di là delle luci scintillanti, i 20enni non conoscono più il valore dei sogni e gli adulti devono essere veri "intrepidi" per ricordarselo.
  Frase: "E' brutto quando la mattina ti svegli e ti fai la barba perché tanto sai che non uscirai e non verrà nessuno a trovarti.
IO VOGLIO FARMI LA BARBA LA MATTINA!".
  Matteo Castelnuovo  

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