LA MORTE DI BOBBY

Con Bobby Fischer se ne va uno dei miti maggiori della mia giovinezza; è stato senza dubbio il più grande scacchista di tutti i tempi ed ha rappresentato – per noi che allora eravamo giovani – un esempio di una enorme potenza mentale: si disse che riusciva a prevedere fino a 48 mosse dell’avversario.
Eravamo abituati agli scacchisti russi, tutti uguali, sembravano costruiti in laboratorio, mentre quando apparve Bobby sulla scena mondiale, si vide subito che era un’altra cosa: sfidò il russo Boris Spassky e nella fredda Reykjavik, abbattendo tutte le previsioni che gli erano contrarie, batté clamorosamente il campione sovietico e divenne campione del mondo.
Facciamo anche mente locale alla situazione internazionale dell’epoca: anzitutto siamo in piena “guerra fredda” e l’incontro di un russo con un americano rappresentava una sorta di guerra calda, in antitesi a quella fredda che si combatteva attraverso il muro di Berlino; ed anche a Reykjavik alcune spie erano in azione, proprio come nei film.
Fisher vinse e tutti cominciarono ad interessarsi a questo “ragazzo” che a soli 29 anni era diventato campione del mondo: aveva lo stesso quoziente di intelligenza di Albert Einstein – 186 – e questo già la dice lunga sul personaggio; aveva battuto un grande maestro degli scacchi come Boris Spassky, imbattuto da lunghissimo tempo.
Come se Bobby avesse raggiunto quello che voleva e quindi fosse appagato, non difese il titolo conquistato e quindi venne dichiarato “decaduto”; scomparve dalla scena pubblica e suscitò l’insorgere di tutta una serie di leggende metropolitane: chi lo aveva visto nel deserto insieme ad un branco di straccioni, chi invece giocare a scacchi con dei ragazzini a Central Park.
Sulla sfida di Reykjavik, ancora oggi permangono alcune curiosità: Bobby lasciò vincere una partita a Spasshy quasi senza resistere, sembrava assente, quasi rinunciatario; lo chiamo al telefono addirittura Kissinger – allora Segretario di Stato – per sincerarsi sulle sue condizioni di salute e per spronarlo al massimo impegno; da quel momento si impose nettamente con 7 vittorie contro tre sconfitte e 11 pareggi; dopo l’incontro il suo avversario dichiarò: ”Quando si gioca contro Fisher non si tratta di vincere o di perdere, ma di sopravvivere”.
Bobby riapparve sulla scena solo nel 1992 – cioè 20 anni più tardi – per offrire la rivincita a Spassky, che nel frattempo era stato detronizzato da Karpov, e l’incontro si tenne nella Jugoslavia di Milosevic, in piena guerra civile: vinse [...]

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