LA MUSICA DI UNA VOLTA

Mi riconosci? Sono quello sulla destra, con il pugno alzato, vicino a quella ragazzina con quel maglione rosso, a collo alto.
Certo, avevo ancora i capelli lunghi, e la foto è un po’ sfocata, ma se osservi bene, lo sguardo è lo stesso di adesso.
Ah….
Gli anni Ottanta… Quanti orli corti sono passati sopra quelle Clark color testa di moro, quanti gruppi orrendi a far girare i nastri dentro i Walkman.
Altro che I-pod: lì la musica era calda, ogni elettrone costretto a cantare graffiato da una testina metallica, con quel fruscio di sottofondo conquistato a forza di sovraincidere la cassetta.
A quei tempi, la musica la vedevi prima di ascoltarla, ti riempiva gli armadi non gli hard disk, e quando volevi passeggiare ti portavi appresso i tuoi dodici pezzi e quelli erano, semplicemente perché erano quelli che ti piacevano.
Ora si cammina in silenzio, che le cuffie quasi non si vedono, sembrano tutti allucinati con gli occhi fissi alla parete, e non sai più se stanno in coma o reagiscono ancora alla vita.
Si caricano cinquemila canzoni, per poi ascoltarne dodici, quelle che in realtà ti piacciono.
Se volevi ascoltare musica, non c’erano tante possibilità: o avevi un amico che ti passava il disco, oppure niente, bisognava sborsare quindicimila lire e comprartelo.
Ma a quel punto, le canzoni avevano un valore reale, e si sentivano tutte fino a riconoscerne ogni singolo accordo.
Ah… i cantanti degli anni Ottanta… Ne avevano di cose da dire, e anche quando non ce l’avevano non se ne facevano accorgere.
E poi sapevano suonare.
Sì, hai capito bene: suonare, che non è quella cosa che si fa con uno di quei programmini in cui schiacci un bottone ed esce il suono di una tromba, o di uno xilofono, con ritmi impostati che cambiano quando vogliono loro.
Parlo di strumenti musicali veri: legno, ferro, accordature.
Poi, c’era la politica.
Nei cortei si poteva gridare Partito Comunista senza paura di essere scambiati per Prodi.
Si scendeva in piazza con la kefia, quando ancora non la produceva Prada e significava opposizione, disperazione e speranza allo stesso tempo.
I politici erano come le cassette, incisi con la lotta sul campo, con fruscii di sottofondo a sporcare i loro discorsi, senza filtri o subwoofer ad attenuare la loro irruenza fatta di troppe indigestioni di olio di ricino.
Quando i nostri presidenti della Repubblica erano ex partigiani, la politica tendeva a ricordarti che si poteva anche morire per difendere i propri ideali, e che di morti a sporcare questo Paese ce n’erano stati così tanti che c’era [...]

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