LICANTROPIA

  Il termine "licantropo" deriva dal greco e significa uomo-lupo.
In Arcadia la trasformazione di uomini in lupi avveniva sotto l’influsso del dio Licaone, durante le misteriose, terribili cerimonie che si svolgevano sul monte Liceo.
Per ‘guarire’ dalla licantropia era necessario evitare di nutrirsi di carne umana per nove anni.
In Tessaglia le streghe e gli stregoni del monte Omola avevano la prodigiosa facoltà di cambiare le loro forme in quelle di lupi.
A Roma, sul colle Palatino, la licantropia derivava da Luperco, il grande dio dei pastori e dei maghi.
Francesco d’Assisi, il santo selvaggio del Cristianesimo, è riconosciuto dal lupo, che non lo aggredisce.
La mitologia medievale è ricca di uomini-lupi.
Nell’opera The Werewolf del 1933, il grande studioso di folklore Montague Summers pone in rilievo il progressivo oblio della figura del lupo mannaro in Italia, tracce della cui tradizione sono rimaste prevalentemente nel Centro-Sud.
In una leggenda abruzzese è detto che il posseduto dalla maledizione del lupo deve conservare sempre un secchio d’acqua pura (meglio se di sorgente) oltre la soglia di casa, perché solo bagnandosi può evitare la metamorfosi o riacquistare forma umana.
Nei nostri tempi, così lontani dal fascino romantico di queste favole, si hanno ancora sporadiche testimonianze di incontri con i licantropi.
A Pontremoli, sulle strade del Piagnaro, si incontrano lupi mannari in compagnia di cani selvaggi.
Sulle colline di Chiavari e Lavagna (Genova) è stato visto più volte, nelle notti di luna piena, un uomo-lupo dagli occhi di brace e dalle zanne acuminate.
In Irpinia queste creature della notte si chiamano "lupenari"; in Sicilia "luponari"; in Calabria "lupi minari".
In val di Pesio, nel cuneese, è ancora nella memoria degli anziani la leggenda del Luv Ravas, gigantesco e spietato licantropo ululante, parente stretto del Loup Ravart delle valli valdesi.

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