La classe media tradita dalla globalizzazione

Articolo pubblicato su "La Stampa" (autore: Antonio Maria Costa)   Per mezzo secolo, dopo la Seconda guerra mondiale, i valori dell’Occidente si sono diffusi: libertà, sovranità popolare e stato di diritto.
La democrazia si è affermata anche in economia: il libero scambio di merci e capitali ha generato lavoro e benessere nel mondo.
Tutti hanno vinto.
In Europa e Nord America si è rafforzata la classe media, orgogliosa di avere lavoro, pensione e casa.
In Asia e Sud America un miliardo di persone è uscito dalla povertà.
Poi tutto è cambiato.
  Da due decenni Europa e America sono preda di un gioco a somma zero: tu vinci, io perdo.
In politica, il regime democratico è paralizzato da veti incrociati e interessi di potere, mentre autocrati come Putin e Erdogan riscuotono consensi.
In economia, il neo-liberismo è accusato di generare disoccupazione, disuguaglianza e incertezza.
Sotto critica è l’intero sistema: la politica corrotta; la finanza ladra; l’evasione fiscale dei potenti; la petulanza dei sindacati; l’Ue incompetente; la Cina dominante.
Il grido di Francesco contro «la folle brama di denaro» riassume tutte le critiche.
  Non doveva finire così.
La globalizzazione doveva aprire i mercati del Sud alle multinazionali del Nord: invece è successo il contrario.
Nei paesi poveri il commercio ha portato benefici a un secondo miliardo di persone.
Nei paesi ricchi solo un decimo della gente (i super-ricchi) ha beneficiato, mentre il resto ha sofferto – risultando nella distruzione della classe media.
La Banca Mondiale, paladina del mercato libero, riconosce che la globalizzazione ha danneggiato due segmenti della popolazione mondiale: il 5% più povero (in Africa), e coloro con reddito compreso tra 70% e 90% del totale (la classe media in Europa e Usa).
A Parigi, l’Ocse suddivide il dopoguerra in 3 ventenni: il primo caratterizzato dal forte aumento del reddito da capitale (il «miracolo economico» del 1950-70), poi capovolto dalla preponderanza del reddito da lavoro (gli «autunni caldi» del 1970-90), quindi nuovamente ribaltato dall’arricchimento odierno del capitale (frutto dell’integrazione eco-finanziaria).
  Le tre valutazioni concordano: la globalizzazione ha ridotto il divario di reddito tra regioni ricche (Usa e Ue) e povere (Asia), ma ha aumentato il divario all’interno di ciascun paese: ha arricchito i miliardari e impoverito la borghesia.
Se la tendenza continua, il populismo odierno evolverà in un miscuglio di nazionalismo, protezionismo e autoritarismo: la fine della cultura [...]

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