La coscienza e il male. La responsabilità della confessione

di Vito Mancuso, LA REPUBBLICA 8.9.09 Il dibattito: ammettere le proprie colpe significa farsi carico delle azioni commesse.
Ecco perché questa pratica è così importante per la "vita autentica"  Credente o non credente, non c´è uomo che non abbia a che fare con la lotta contro il male che è in lui, che lui stesso ha commesso, ma da cui un giorno egli sente che deve liberarsi, magari senza sapere come né perché.
Riconoscersi colpevole del male commesso e giungere a riconciliarsi con chi ne è stato vittima è infatti un´arte difficile, che, come tutte le arti, non sorge spontanea ma scaturisce da un lungo esercizio.
La Chiesa cattolica, grande maestra al riguardo con secoli di esperienza alle spalle, ha sempre riconosciuto un´importanza essenziale all´arte del perdono tanto da elevarla a "sacramento", cioè a segno concreto in cui incontrare l´azione divina.
Lungo la storia tale sacramento ha conosciuto almeno tre diverse modalità di amministrazione: la penitenza pubblica nell´età patristica, la penitenza tariffaria nell´alto medioevo, la penitenza privata a partire dal secondo millennio.
Questa terza forma, canonizzata dal concilio di Trento nel 1551, continua a vivere ai nostri giorni, anche se non sempre gode di buona salute, come ha mostrato anche l´articolo di Sandro Veronesi (uscito su Repubblica il 3 settembre).
Ora però non intendo entrare nelle complesse e spesso infuocate discussioni teologiche e liturgiche, quanto piuttosto soffermarmi sull´universale dimensione umana in gioco nella riconciliazione.
La riconciliazione (con gli altri, con se stessi e, per chi ci crede, con Dio) è un processo a più stadi.
Quanti? Secondo la struttura del sacramento cattolico sono quattro e sono i seguenti, qui elencati prima con lo specifico termine teologico poi con quello più universale: 1) contrizione o pentimento; 2) confessione dei peccati o riconoscimento della propria colpa; 3) assoluzione o perdono; 4) soddisfazione o riparazione del torto commesso.

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