La nube islandese tra Leopardi e Quasimodo

La nube islandese tra Leopardi e Quasimodo     Diciamocelo, questa storia della nuvola che ha paralizzato l’Europa ci ha messo davvero ko.
E non tanto per i disagi in sé, per le file alle stazioni e il caos negli aeroporti ma perché ancora una volta, di fronte ad un modesto starnuto della Natura e in barba a tutto l’epico progresso tecnologico degli ultimi centocinquant’anni, ci siamo trovati bocconi per terra, disarcionati, umiliati.
Uno scossone interiore tanto notevole da aver spinto il Corriere della Sera a riprendere, tra il serio (Qui e Qui) e il faceto  (Qui) , l’eterno dibattito sul rapporto Uomo-Natura.
  Dibattito che vanta un  illustre precedente letterario nell’operetta morale di Leopardi in cui un uomo – guarda caso proprio islandese – interroga la Natura sul perché della sua distanza emotiva dalle vicende umane (Qui il testo completo).
Da quel Dialogo sono passati duecento anni (tra l’altro i più tecnologicamente intensi della storia) eppure l’Uomo continua a farsi le stesse domande, le stesse che si faceva anche l’Uomo di Neanderthal.
Un vero smacco per chi aveva sognato di aprire con la pura tecnica una nuova fase dell’evoluzione, uno stadio dell’esistenza totalmente nuovo, senza più le domande e i problemi di prima.
E a scandalizzare davvero non sono pertanto i voli cancellati, le vacanze rimandate, ma quel verso di Quasimodo che ironicamente ricorda: “Sei ancora quello della pietra e della fionda / uomo del mio tempo”.
L’oste  

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