La rivoluzione di Francesco senza corte, ori e valletti

di Andrea Tornielli Alle quattro di pomeriggio con l’afa romana che dà il meglio di sé, due guardie svizzere in uniforme e un gendarme con la divisa stazionano davanti all’ingresso della Casa Santa Marta, la residenza stabile del Papa e di un’altra quarantina fra vescovi, monsignori e laici che lavorano Oltretevere.
È il segno che il numero uno si trova in sede.
   La bandiera bianca e gialla con le insegne vaticane svetta immobile e flaccida davanti alle finestre del secondo piano di questo parallelepipedo anonimo, fatto costruire da Giovanni Paolo II a metà degli anni Novanta per dare una sistemazione degna ai cardinali in conclave.
Sono le stanze di Francesco.
Dopo l’identificazione, l’ospite scende per la scala semicircolare che porta nella hall, austera e un po’ fredda.
Lì, dietro il grande bancone, attende un laico dai tratti orientali con un abito color tabacco.
Tutto è silenzioso.
L’estate si avverte anche a Santa Marta e in più, ormai, gli ospiti sanno bene che Bergoglio può spuntare all’improvviso dall’ascensore, da una porta che si apre, dalla sala mensa, da uno dei salottini.
Se si esce di stanza, bisogna essere sempre vestiti bene.
   All’interno, nella hall, ci sono un altro svizzero e un altro gendarme, entrambi in borghese.
«Mi hanno fatto accomodare in una saletta con alcune poltrone foderate di verde.
Il Papa - racconta il nostro interlocutore, ricevuto in udienza privata - è arrivato all’improvviso, da solo, senza segretari né maggiordomi, portando con sé una busta con dei rosari.
Alla fine del colloquio lui stesso ha aperto la porta e mi ha accompagnato ai piedi della scala d’uscita».
È una scena che meglio di qualunque altra descrive il cambiamento avvenuto nei sacri palazzi.   Casa Santa Marta è una via di mezzo tra un albergo e una casa del pellegrino: difficile ripristinare qui il senso della corte, così evidente nel palazzo apostolico e nella sua rinascimentale dignità.
Il nostro viaggio attraverso le più importanti novità prodotte dal Papa argentino, le piccole e grandi rotture del protocollo, e il loro significato, non poteva che cominciare da qui.
La scelta di rimanere nella residenza dove ha alloggiato da cardinale durante il conclave, presa «per motivi psichiatrici», perché non gli piaceva «l’isolamento».
Come aveva scritto all’amico prete argentino Enrico Martinez detto “Quique”: «Sono visibile alla gente, faccio una vita normale, mangio nella mensa con tutti...».
E per il caffè non ci sono valletti ma una più prosaica [...]

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