La serpe

C’è della voglia di vendetta che serpeggia, naviga in rotta di collisione.
Di sentirmi un bersaglio non mi era mai capitato.
Fino ad oggi.
Ed è come un cambio di stagione per me.
Un giro di vite sul calendario, nel mio corpo, tra stomaco e polmoni.
A destra del cuore, guardando avanti.
Stamattina ho ucciso un topo.
Già agonizzava per del veleno mangiato.
Potrei dire che ho smesso di farlo soffrire.
Ma non è detto, non è detto.
Forse sono stato più cattivo di quello che avrei dovuto, troppo crudele.
L’ho visto camminare lungo il corridoio del reparto, mi sembrava zoppicasse.
Un bel topo, da film d’animazione potrei dire.
Ho preso una scopa e gliel’ho calata in testa.
Bersaglio a vuoto, ha tentato la fuga.
Confermo, zoppicava.
Secondo colpo, centro pieno.
E’ rimasto lì, steso sul fianco.
E’ stato allora che ho provato pena.
Forse anche un attimo prima di colpirlo, ma tra i due sentimenti che avevo dentro, mi è sembrato più importante levarlo da dove stava.
Il topo ha mosso una zampa un paio di volte, mentre lo portavo fuori con la pattumiera ho fatto a meno di guardarlo.
E’ finito vicino alle rotaie che stanno accanto alla fabbrica.
I corvi lo avranno già visto, ma se lo mangiano si troveranno in corpo lo stesso veleno che avrebbe ucciso il topolino.
Non ho reso un gran servizio alla natura, ora lo so.
Spingo avanti il cancello di casa.
Tremano le mani, ma che strano.
E’ la voglia di vendetta che serpeggia, segue ovunque tu vada.
Che non fossi immune alla crudeltà lo sospettavo, ma oggi tira una strana aria, più sottile.
E le percezioni sono più vicine all’essere codificate dal cervello.
Insomma, mi sento vulnerabile tanto quanto lo era quel topo nei miei confronti.
L’aria grigio-verde assume tonalità bluastre con il fare della sera.
E’ l’abbattimento della mia buona volontà a farmi regredire e non dormire o mi sto ammalando? Metto sulle ginocchia la bambina.
Un petardo di buonumore che scarica il latte alle ginocchia.
Non ci sono antidoti migliori ai morsi del serpente vendicativo.
Cos’hai fatto oggi, papone? Ho ucciso un topo, le dico e poi mi pento.
Tra tutti i meccanismi metalmeccanici che avrei potuto spiegarle senza che ci capisse nulla ho optato per la soluzione crudele.
Non è che si sia messa a piangere per quella bestia già mezza avvelenata.
Non ha chiamato Jerry o quel Ratatuille che si vedono in giro adesso.
Non ha versato una lacrima, chiedendomi solo il perché.
Perché voleva mordermi, le ho detto.
Dalla faccia che ha fatto, temo non l’abbia bevuta.

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