La spiegazione di Sgarbi

Stavo scrivendo una "parte 2" anche su Vittorio Sgarbi, quando l'ho sentito parlare alla TV.
Ospite a "Buona Domenica", ha dato varie giustificazioni circa la sua ultima performance a "La pupa e il secchione".
Un primo caposaldo del suo discorso è stato che egli si rifà, per esempio, alla corrente artistica del futurismo, cui è propria la trasgressione.
Ha inoltre detto che se si vuol parlare di morale benissimo, può anche aver sbagliato moralmente; ma in materia di comunicazione a lui non servono lezioni.
Poi ha deciso di non volerne nemmeno sul piano morale, poichè «la TV è il tempio della profanità e del denaro».
Un campo, quindi, in cui non vige la morale, ma appunto la comunicazione.
Ha trovato 'ottocentesco' chi discuteva con lui, in quanto poco consapevole della realtà.
Qualcun altro poi ripetè, o come propria idea oppure facendo eco a Sgarbi, che la televisione è amorale.
C'è da dire che prese la parola anche Claudio Lippi, spiegando di aver sempre fatto televisione in un modo diverso, cioè morale.
Oltre a queste riserve, io personalmente dico che tutto dovrebbe procedere da un principio di 'giustezza'.
C'è un punto di vista sopraordinato alla morale, il quale definirebbe per l'appunto ciò che è giusto.
Esso può propriamente dirsi a-morale, mentre tutto ciò che si trova sotto è invece immorale.
Trattandosi però di cosa poco stimata, direi che - in aggiunta alla Legge - altro non resti che basarsi sull'etica e sulla morale.
Analogamente alla conclusione del mio precedente post: una cosa ingiusta non dovrebbe aver luogo.
Certo questa è un'ottica radicale, caratterizzata da idealismo ed utopia.
Ma non voglio sembrare un sognatore coi piedi completamente distaccati da terra.
Quello di cui parlo è un compromesso: sì alla realtà utilitaristica, a un mondo complicato da meccanismi politici, commerciali ecc.
Ma sì anche a un modesto tentativo di riorganizzare alcune cose, alla luce della 'bontà' (per dirla in termini semplicistici).
Sgarbi ha anche spiegato di ritenere lecita la violenza verbale, contrariamente a quanto sostenuto da Maffei (immagino sia sempre il giornalista che tendeva a contraddirlo).
C'è però il problema che anche quella ferisce.
Quanto a «ciò che non uccide rende più forti», ebbene anche in questo caso penso che bisognerebbe provar a cambiare un po' tale situazione.
Lui, ha riconosciuto, non guarda in faccia a nessuno.
Nemmeno a quel tecnico donna, che infatti aveva preso la sua parte di gentilezze pure lei.
E non ha intenzione di scusarsi con quella fascista della [...]

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