La valle del Ticino

Giù nella valle ora è tutto un tappeto verde di risaie.
Le stradine sterrate delineano geometricamente i campi accompagnandosi con piccoli canali di irrigazione.
Solo la strada principale procede sinuosa seguendo il corso del grande fosso.
Un  percorso che mantiene, nel suo serpeggiare, immagini di un mondo antico, quasi che con quelle curve si volesse aggrappare alle radici di una misura naturale e meno umana.
Il cielo è attraversato da piccole nuvole sospinte da un leggero vento di tramontana.
Con un’aria così pulita sembra d’esser da tutt’altra parte, che so, alle cinque terre, sulle colline dell’oltrepo oppure sotto i Baranci.
Avanzo lentamente, mi fermo spesso e faccio due passi come se fossi ancora un bambino che girovaga tra le campagne  di Ludriano.
Raccolgo qualche sasso, un pezzo di legno, una pietra di selce, ma m’accorgo che non è stata lavorata.
La mente riposa in queste distese perché l’occhio non ha argomenti che ne imprigionino l’attenzione e l’orecchio ha da tradurre solo il rumore lontano dello scorrere dell’acqua.
Ho ormai percorso tutta la valle e vedo in lontananza il costone da risalire quando vedo un gruppo di persone spuntare della risaia.
Nel proseguo del cammino distinguo cinque donne intente ad estirpare l’erba.
Avanzo lentamente, sorpreso di trovarmi al cospetto di un gruppo di mondine.
Portano sul capo un largo cappello di paglia e le guance sono guarnite da un foulard che è raccolto sulla nuca lasciando scoperto, del volto, solo gli occhi, il naso e la bocca.
Sono coperte in ogni dove per difendersi dal martirio delle zanzare.
L’istinto è quello di prendere la macchina fotografica e scattare delle foto.
Mi trovo a pochi metri da loro, incrocio i loro sguardi, sono tutte donne, e due di loro sono molto giovani.
Mi congratulo con la mia sbadataggine, non ho con me la fotocamera,per fortuna.
Perché ora, trafitto dai loro occhi, dalla loro fragilità umana,non avrei avuto il coraggio di farne delle semplici figurine su di un rettangolo di carta.
Un piccolo trofeo fotografico, un souvenir da aggiungere ai ricordi, trovarmi un’altra volta a banalizzare un incontro.
Loro non si fidano, forse pensano che sia li per controllare il loro lavoro, anche perché in giro ci siamo solo noi.
Io sorrido e faccio segno di no, le saluto incrociando i loro sguardi, ora si divertiti.
A loro non interessava altro sedi non essere   osservate, a me di non passare per un controllore del loro lavoro.
Ci parliamo per un attimo.
Sarei rimasto ancora ma loro,diversamente da me, avevano da lavorare [...]

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