Lapo Elkann e il mistero del terzo uomo: "C'era un amico con lui"

Nessuna simulazione di sequestro. Forse un tentativo di estorsione messo a segno da una terza persona, di cui poi si sarebbero perse le tracce. O, chissà, addirittura, una trappola costruita ad arte, sfruttando le note debolezze del passato, per far scivolare ancora una volta il rampollo di casa Agnelli. Spunta la pista di un terzo individuo nel rapimento simulato a New York di Lapo Elkann, che lo scorso weekend dopo un festino di 48 ore tra sesso e droghe, avendo bisogno di soldi, avrebbe chiesto il riscatto per il suo stesso sequestro.

Il nipote di Gianni Agnelli non sarebbe stato solo, in quella stanza, con la escort transgender, ma con loro ci sarebbe stato qualcun altro. E proprio questi sarebbe stato l'autore della telefonata alla famiglia per chiedere diecimila dollari. A lanciare la tesi della macchinazione è Max Scarfone, paparazzo amico da anni di Elkann. È stato proprio Lapo a scrivere l'introduzione al suo libro «Il paparazzo buono». A Scarfone la notizia sarebbe stata data da amici newyorkesi dell'imprenditore e lui, con il fotografo Marcello Sorge, ha scelto i riflettori della trasmissione Pomeriggio 5, ieri, per diffonderla: «Molto probabilmente con lui c'era un amico». Del terzo, però, nelle informazioni della polizia non c'è traccia. Lontano dalle telecamere, Scarfone avanza molti dubbi su quanto accaduto a Lapo: «Ci eravamo sentiti pochi giorni prima tramite sms per metterci d'accordo per la presentazione del libro. Stava bene. Abbiamo fissato la data per il 15 dicembre, gli ho proposto di andare poi a vedere insieme la partita domenica. Ha detto che avrebbe pensato lui a tutto. Quando è uscita la notizia dello scandalo, ero incredulo». Incredule anche le guardie del corpo. «Le ho chiamate appena ho saputo. Quella sera non erano con lui proprio perché stava meglio e sia lui che la famiglia sentivano ormai di essere usciti dal tunnel. Questa storia sembra averlo riportato ai tempi dello scandalo di Patrizia. Per chi gli era vicino, era impossibile immaginare una cosa del genere ora».
Una bravata di cui qualcuno potrebbe aver approfittato. «Da paparazzo - prosegue - l'ho seguito in molti suoi viaggi, dal 2004 ad oggi. L'ho sempre visto lavorare. Per fotografarlo dovevo alzarmi alle 6.30, non si fermava mai. Da quando era a New York, si stava impegnando molto negli affari. È un bravo ragazzo, una persona umile, molto generosa. È stato lui a farmi cambiare approccio nel lavoro: ero cinico [...]

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