Lectura Dantis Benigniana, ovvero: Germano Mosconi in Paradiso!

La seconda parte del programma di Benigni, specificamente dedicata alla lettura del quinto dell’Inferno, ha visto un calo degli ascolti brusco, di oltre 15 punti rispetto al picco massimo (satira politica): è la conferma scientifica che la poesia dantesca è e rimane sostanzialmente per pochi, e che ogni tentativo di divulgazione nella modernità, pur lodevole, rischia di andare fuori bersaglio.
È ciò che è accaduto all’interpretazione di Benigni del canto di Paolo e Francesca, completamente sderenata e fuori luogo rispetto ai binari ortodossi e rigorosi del sistema ascensionale dantesco: Benigni ha ribaltato la condanna di una schiera di dannati bestemmiatori («bestemmian quivi la virtù divina») in patetica adesione amorosa, ha rovesciato le false e bugiarde insinuazioni di Francesca sulla pietà e sul «cor gentil» in serie manifestazioni di gentilezza e onestà intellettuale.
Dopo la lectio benigniana, chi di voi saprebbe distinguere l’amore di Dante per Beatrice da quello di Francesca per Paolo? L’attore toscano li ha appiattiti l’uno addosso all’altro, non cogliendo né la spiritualità tenuemente corporea e santificata dell’uno, né la vis adulterina, il desio e la dolcezza in malo del secondo, la sua profonda condanna morale.
Persino il gaudio partecipato con cui commentava le «colombe dal disio chiamate» era fuori luogo, negativa com’è quella similitudine così dannatrice, quel disio così ancora carnalmente brutale.
Né Benigni ha colto la blasfemia spregevole della tentata intercessione divina di Francesca in favore di Dante, né men che meno, inebriato dai bei racconti su Lancillotto e Ginevra, il messaggio di condanna che Dante eleva contro un’intera letteratura romanzesca, facile, in grado solo di sdoganare l’immoralità.
Francesca, nel suo bel discorsetto in stile Ratzinger, è una leccaculo dei valori, non una santa amatrice, finita per sbaglio nel suo girone infernale.
Il nostro Dante-personaggio un po’ ci casca, quando esclama a Virgilio «quanti dolci pensier, quanto disio | menò costoro al doloroso passo!», ma il suo «caddi come corpo morto cade» è l’immediata condanna morale per quell’attimo di partecipazione, comminata dal severissimo Dante-scrittore; Benigni non ha per nulla – anche per esigenze divulgative – messo in rilievo questa fondamentale scissione dei “due Dante”.
Ma che Dante è, quello di Benigni? Cerchiamo forse un Dante in jeans strappati, t-shirt e scarpe Nike, che si eccita per le trombate di straforo, e anzi vi aderisce piangendo [...]

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