Libro d'ombra - Junichiro Tanizaki 1933 - "rilettura"

 Ho riletto dopo molti anni il breve saggio di Junichiro Tanizaki, “Libro d'ombra” (1933) edito dalla Bompiani nel 1995 con l'introduzione di Giovanni Mariotti, considerato da parte della critica come il capolavoro di Tanizaki.
La critica concorda sul fatto che l'autore ha voluto dare un importante contributo al discorso sull'esigenza di preservare la cultura orientale del Giappone in contrapposizione con quella occidentale.
Resta nella rilettura il fascino delle tesi di Tanizaki che sapientemente riesce ad introdurci nell'essenza del vero spirito giapponese.
L'autore infatti sottolinea, partendo dall'analisi di oggetti di uso comune, degli spazi abitativi, del cibo, fino al tradizionale teatro NO', come in oriente ci sia stata per secoli una ricerca costante dell'equilibrio tra luce e ombra.
Tanizaki giustifica “le antiche nozze fra il Giappone e l'ombra.
Per dare valore alla nostra peculiare beltà, avevamo bisogno di vivere in ambienti scuri, e fra oggetti dalle tinte attenuate […] ma perché […] il corpo giapponese si armonizzasse con la sua civiltà.” I brevi 16 capitoli del saggio però possono essere letti anche con un'angolazione diversa.
Tanizaki da uomo di cultura non sottovaluta l'inevitabile progresso, nato dalla Rivoluzione Industriale di fine 700, che cambia totalmente il modo di vivere di molti paesi dell'occidente e di cui lo stesso Giappone ad oriente non resta immune.
A partire dall'immediato dopoguerra, infatti, sarà una delle nazioni più industrializzate del mondo.
All'epoca della pubblicazione del “Libro d'ombra” da poco si era conclusa in Germania l'avventura della Bauhaus che aveva cercato di portare la bellezza alle masse.
Come non interpretare la puntuale descrizione dell'incontro dello yokan, il dolce di pasta di fagioli e zucchero che prende i colori della giada con un recipiente di legno laccato, in un tentativo di Tanizaki di informare la nuova produzione industriale del suo paese? Lo stesso autore nel ristrutturare la sua casa tenta di armonizzare gli shoji di carta con il vetro.
Appare evidente sotto questa luce che il design di qualsiasi oggetto, dalla penna stilografica al tetto, dal piatto alla finestra, per Tanizaki non può limitarsi solamente alla sola sua funzionalità ma deve, sia ad oriente come in occidente, saldarsi con il gusto, la bellezza, il piacere dell'uso, in cui anche la tradizione non diventa un limite invalicabile.

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