MADONNA DELLA STRADA - 10

  Qualche voce dovette arrivare all’orecchio della zia monaca, che volle conoscermi, convocandomi nel parlatorio del convento e sedendo davanti a noi due per sentirsi dichiarare ciò che voleva, che la nostra era pura amicizia.
“Pura” sottolineato per lei.
Realmente pura nella sua gara di provocazioni e di resistenze.
  Ma la mattina seguente, svegliandomi tardi come al solito, da quando potevo passare le serate all’aria aperta cantando, scherzando e amoreggiando, la mamma mi disse:   “Guarda che la tua milanese ha preso il volo”.
  “Davvero?”   “L’ho vista stamane prendere l’autobus, con la monaca che le portava la valigia”.
E vedendomi interdetto aggiunse: “Avessi visto come guardava verso le nostre finestre!”   Perduta Laura (non mi ero neanche procurato un suo recapito), esile zefiro di una breve stagione, le successive avventure non meritano neppure di essere ricordate, tanto sbagliato era il mio rapporto con le donne: affamato di sesso, dopo una vita di brutale repressione, non cercavo che fiche da scopare, escludendo le amiche filone; temevo le complicazioni sentimentali, convinto di non essere in condizioni di assumere impegni seri.
Ero un novizio tutto da rieducare.
E negli stessi rapporti sessuali ero tanto irruento quanto timido e impacciato.
Finita poi l’estate e ripartite le villeggianti, il paese ridiventava per me un’oasi di castità, non avendo alcuna intenzione di insidiare la pace domestica dei compaesani o di illudere le ragazze del paese.
Raramente con amici a puttane, a tasche vuote.
  A tasca vuota libertà fasulla.
Eppure, dopo il carcere più duro, quella parvenza di libertà che avevo recuperato mi bastava per sentirmi padrone del mondo e per essere felice e ottimista.
  Ancora una volta presi subito una decisione importante, che mi poneva dalla parte del diavolo, contro un destino che avrebbe voluto impedirmi la prosecuzione degli studi.
Volevo la laurea.
  Non avevo un sostegno finanziario che mi mantenesse a Roma.
Ma da Renato, che il sostegno l’aveva e quindi frequentava ingegneria da qualche anno (e vi avrebbe arrancato per anni ancora) seppi che gli stessi studenti vi gestivano un centro di assistenza (il CAU) che dava libri in prestito e che la facoltà di giurisprudenza non richiedeva la frequenza; da una fugace visita estiva ne ebbi la conferma e seppi che la media dei voti da me riportati alla maturità mi avrebbe consentito l’esonero dalle tasse, per il primo anno; l’avrei avuto poi negli anni successivi, dato il basso reddito familiare, se avessi superato [...]

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