Mitra e killer zoppo, i misteri di Acca Larentia Tra speculazioni e indagini lacunose oggi si commemora il 37°anniversario della strage nella sede dell’Msi

Franco Bigonzetti era cintura nera di judo.
Matricola di Medicina, si pagava gli studi lavorando per una società addetta alla manutenzione stradale.
Alle ragazze piaceva, nonostante la timidezza.
Francesco Ciavatta era un burlone.
Lo trovavi sempre in giro col Boxer, un ciclomotore Piaggio assurto a icona dei ’70.
Con Maurizio Lupini, amico inseparabile, ne combinava di tutti i colori.
Stefano Recchioni amava la musica ed era portato per il disegno.
Un giorno dedicò una poesia bellissima alla ragazza di cui era innamorato.
Avrebbe militato nella Folgore per coronare un sogno accarezzato da tempo: librarsi in aria col paracadute.
Sarebbe giusto che chi si ostina generosamente a commemorare l’eccidio di via Acca Larentia conoscesse quei tre ragazzi attraverso i racconti offerti dai loro cari.
Così come sarebbe auspicabile che quanti attendono il 7 gennaio per propinare allarmi di ordine pubblico o censure ideologiche imparassero a tacere.
Il silenzio infatti favorisce la riflessione e può aiutare a comprendere il senso di quella carneficina, all’apparenza insensata, che inaugurò il ’78, annus horribilis di un paese che ama perseverare nei suoi errori.
Quelle del Tuscolano furono e restano le vittime di una giustizia negata; dal principio negata; sprezzantemente negata.
Ciò al punto da far ritenere che talvolta non siano le regole del diritto ma i colori politici, o certi gradi di tutela, a decidere il passo di un’inchiesta.
Nessuno ha pagato per l’assassinio di Bigonzetti e Ciavatta, nessuno risponderà dell’omicidio di Recchioni.
Eppure i misteri di Acca Larentia rimangono tali solo per le menti dotate di scarsa curiosità.
L’agguato del Tuscolano fu opera di una «squadra armata» che si celava nello spazio ricavato tra l’area magmatica dell’Autonomia Operaia e le organizzazioni clandestine, BR in testa.
Una cerniera mal riuscita, chiamata a saldare i gruppi dediti all’attività di «resistenza» nel territorio a quelli combattenti già votati alla fase «offensiva».
La sigla usa e getta adoperata per la rivendicazione, NACT, rappresenta un marchio inequivocabile.
Lo sanno bene i giovani del movimento che subito riconoscono nell’azione antifascista una matrice precisa.
Lo spiega il pentito brigatista Savasta durante un’audizione presso la Commissione Moro.
Lo conferma il suo collega Brogi in un lungo memoriale dimenticato negli archivi del Tribunale.
Lo afferma il Sottosegretario di Stato De Stefano, rispondendo nel 2012 a un’interrogazione parlamentare.
Del resto, per sciogliere [...]

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