Nastàssja

"Anche quella mattina di metà gennaio del '42,come succedeva nei giorni in cui le condizioni atmosferiche lo permettevano,camminavo in circolo,nel quadrato assegnatoci del piazzale della prigione,assieme ai miei compagni di cella.
Il freddo,mitigato da un'aria secca,non era così intenso come mi sarei aspettato guardando il termometro,sotto il porticato,che segnava i meno 30 gradi;era un clima che poteva essere sopportato anche indossando abiti non proprio adatti.
A delimitare i confini della prigione non vi era alcuno steccato,palizzata o  muro,ma solo delle basse reti sostenute da pali in legno quali da noi si usano per delimitare campi o giardini.
Le guardie,armate,erano poche e generalmente restavano a sorvegliarci da sotto il porticato.A scoraggiare qualsiasi fuga non era certo la modesta recinzione;tutto era una distesa piatta di neve.
Non si vedeva il tetto di una casa neppure all'orizzonte.
Qualsiasi cosa si fosse mossa su quel manto bianco sarebbe stata perfettamente visibile.
Uno spazio di quel grande piazzale,prospiciente alla foresta,era stato suddiviso in sei piccoli lotti di forma quadrata,tra di loro confinanti,i cui limiti geometrici erano segnati da una serie di bassi pali infissi nel terreno.
In uno di questi lotti passeggiavano lentamente,a testa bassa,una quindicina di prigionieri politici anziani.
Una guardia ci fece cenno di tornare;l'"ora d'aria" era finita.
Rientrando nell'edificio,quella mattina,fui accolto da voci e rumori inconsueti.
Percorsi il corridoio;le porte delle celle erano tutte spalancate.
Sul pavimento di queste era stata sparsa della paglia in abbondanza.
Dentro c'erano delle donne,dei bambini,dei vecchi.
Molti bambini erano piccoli,in collo alle loro madri;qualche neonato piangeva reclamando il latte.
Altri bambini,più grandicelli,se ne stavano in silenzio accovacciati accanto ad una donna o ad un'anziano.
Era una popolazione avvilita,triste,ormai distrutta e divisa.
Seppi trattarsi di familiari di deportati politici.
Erano persone rassegnate ormai al peggio;di tutte le età,dal neonato al vecchio di ottant'anni.
Quella notte non riuscii a dormire;nel corridoio,tra le celle,echeggiava,ossessionante,il pianto dei bambini associato a voci di donna,talora lamentose,tal'altra imprecanti.
Fu la sera del giorno seguente che,dalla parete della cella confinante con la nostra,sentii provenire,sommessa,una voce di donna.
Incuriosito,insieme ai miei compagni di cella,avvicinai l'orecchio alle assi di legno della parete."Prikadiè pazàlusta!" (Venite,prego!),continuava a ripetere una voce [...]

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