Nella cripta (pardon, nella cappella)

Nella cripta (pardon, nella cappella) (Avrebbe potuto essere, facile facile, un racconto gotico.
Appunto: facile facile!)   a Lucetta Frisa e Marco Ercolani Stavo passeggiando con calma per le stradine spopolate di un quartiere della città vecchia: uno di quelli non ancora bonificati da topi, drogati, puttane e immigrati, con le sgrinfie delle immobiliari già nei fianchi o alla gola, ma con i pochi lavori di ristrutturazione lasciati in sospeso o che procedono a rilento per mancanza di fondi.
Un quartiere non ancora nobilitato da facciate color pastello, con frammenti di vecchi affreschi messi in bella evidenza, né dalle boutique grandi marche, e medie e piccole e infime, e neppure (il che è tutto dire) da osterie e  trattorie neotradizionali e ristoranti segnalati da questa o quella guida, almeno una per ciascuno, con avvicendamenti e conseguente moltiplicazione da un anno all'altro, abbastanza da schermare la porta a vetri e tappezzare gli stipiti.
La mia meta era il Museo diocesano, con la sua ricca collezione di sculture in legno, crocefissi tarlati che sembrano ritratti sputati di assassini e maniaci reali, messi alla fame da reclusioni durissime e piagati da torture puntigliose, come se gli artisti della regione avessero deciso, tutti però, dal primo all'ultimo, che i veri poveri cristi erano loro.
Le vittime si dimenticano, i criminali restano.
Non foss'altro nella memoria: come se ricordarli servisse a qualcosa.
Magari è solo perché quegli artisti straccioni, inchiodati alla loro terra come Cristo alla croce, avevano agio di studiarli meglio, in quei tempi di esecuzioni festose e di cadaveri esposti a purificare l'aria da crimini e peccati.
E poi si sa: si abbassa l'altissimo per proiettarlo più in alto ancora.
Nello spazio oltre l'altezza.
Il resto sprofondi pure.
(Salvo ripescaggi esemplari: estratti a sorte dalla sorte in persona.
Eletti.
Salvati.
Saranno contenti.) Io, canticchiando le canzoni in cuffia, mi muovevo con la bella andatura da scioperato che sono venuto acquisendo senza il minimo sforzo negli ultimi tempi.
Lo scioperato non ha fretta e non guarda l'orologio, pronto a lasciarsi catturare da qualsiasi cosa, in teoria, ma da pochissime in pratica: perché il suo sguardo fluttua, accarezza, e si ferma solo se il richiamo esterno, o la casuale eco interna, sono davvero inevitabili.
Perché l'attenzione è fatica.
Pesantezza.
Anche se poi è bella.
Scomposta nell'analisi si alleggerisce; composta in un lampo, nutre il respiro.
Azoto! Iodio! Forse è solo la vicinanza del mare, però.
Per quanto [...]

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