PD: un dibattito con tre anni di ritardo

Bersani e Franceschini, e ora Ignazio Marino, hanno presentato la loro candidaturaa segretario del PD.
Nel suo discorso all’Ambra Jovinelli, Bersani ha delineato il profilo di un partito distante anni luce dal PD come è nato e si è fatto conoscere fino ad ora.
Qualche commentatore ha scritto che Bersani ha smantellato il PD di Veltroni, e in effetti si tratta di una proposta alternativa.
Quello di Bersani è un partito fondato sugli iscritti, che a volte decidono di lasciare spazi di decisione agli elettori (le primarie), ma che tengono in mano la sovranità sulle scelte interne ed esterne del partito.
Il contrario del partito leaderistico fondato sulla estremizzazione del meccanismo delle primarie, sul continuo coinvolgimento degli elettori che in realtà deprime la militanza, mortifica il processo democratico interno e si fonda sulla delega totale al grande capo vincitore delle primarie.
D’Alema ha poi esplicitato ancor più fortemente la critica al modello di partito veltroniano, parlando di un “berlusconismo debole” e di “un partito progettato su un modello di leaderismo plebiscitario”, che tradisce “l’impronta culturale dell’antipolitica”.
Ma questa non è una discussione nuova.
La coesistenza dentro i fondatori del PD di visioni radicalmente diverse sulla forma partito era già emersa al seminario di Orvieto convocato il 3 ottobre 2006 da Romano Prodi, allora presidente del Consiglio, per ragionare di come costruire il PD.
Anche allora fu D’Alema a porre la questione, contestando la relazione di Sebastiano Vassallo sul tipo di organizzazione che il PD avrebbe dovuto darsi con battute contro il partito dei gazebo.
Il punto è: perché dopo tre anni si torna alla stessa discussione ? perché Bersani, D’Alema, i giovani “piombini” chiedono un congresso che sia “fondativo ? perché il PD è nato in maniera sbagliata, su una tela di compromessi che ha coperto tutti i nodi irrisolti della nuova creatura ma che ora non tiene più.
Sulla politica delle alleanze, sulla laicità, sul tipo di partito, sui riferimenti sociali, sull’identità politica, sulle culture di riferimento, nessuna delle promesse con le quali i dirigenti hanno imbonito i loro militanti ed elettori è stata mantenuta.
Quella nuova sintesi, che doveva superare le culture del novecento e la vecchia forma partito, è stata solamente invocata e promessa, ma mai realizzata.
Ma è tutta colpa di Veltroni, il capro espiatorio perfetto sul quale scaricare tutte le colpe, o forse c’era e c’è ancora qualcosa di sbagliato nel [...]

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