PROMEMORIA SUL CASO LUSI di Franco Monaco - Senatore PD

  In tema di rapporto tra soldi e politica, è nostro preciso dovere riflettere sul caso Lusi.
Non ci è possibile esorcizzarlo.
Un caso, sia chiaro, con il quale il PD non ha nulla a che vedere, ma che non ci esonera da una riflessione di ordine generale circa i partiti, il loro finanziamento, la destinazione delle loro risorse, le responsabilità nella gestione e nel controllo di esse.
Vi sono precise e manifeste responsabilità personali di rilievo penale in capo al protagonista principe.
Di esse si sta occupando la magistratura.
Mi limito a una sola osservazione: dimensioni e modi della sottrazione di denaro sono così clamorosi da risultare sconcertanti.
È persino materia da psicologi e qui ci fermiamo, per passare alle radici del problema, per ricavare dal caso Lusi una lezione e un promemoria.
Mettiamo in fila i problemi che esso ci consegna.
Primo: girano troppi soldi.
Come per il caso Lega, a monte sta la contraddizione di tesorieri di partito che si trasformano in operatori finanziari, impegnati a investire denaro che evidentemente sopravanza il costo delle attività politiche conformi a legge e fini statutari di partito.
Dunque, in primo luogo, si deve procedere a una cura dimagrante, a ridurre sensibilmente il volume dei finanziamenti.
Tagli ma anche riforma di essi, nel senso di un di più di trasparenza, di controlli, di mixaggio tra finanziamento pubblico ed erogazioni liberali (da incentivare, ma fissando limiti ed assicurando la loro pubblicità), di connessione con la certificata democraticità della vita interna ai partiti in conformità all’art.
49 della Costituzione.
A Dio piacendo, sembra che finalmente si siano avviate in sede parlamentare concrete iniziative di legge che vanno in tale direzione.
Secondo.
Sino a prova contraria, siamo tenuti a credere che i vertici della Margherita nulla sapessero di tali distrazioni e maneggi.
Anche se, diciamo la verità, considerate le modalità e le dimensioni del fenomeno, non è facile convincersene.
Resta tuttavia la responsabilità politica (non penale) di chi ha dato fiducia a quell’amministratore infedele e, per lunghi anni, lo ha conservato e confermato in quella funzione.
Per statuto e per consuetudine, il tesoriere è persona di stretta fiducia del vertice del partito e, più precisamente, del suo leader.
Così notoriamente anche nel nostro caso.
Terzo: il vistoso deficit di controlli interni ed esterni.
Quelli interni hanno un nome e un cognome: i revisori dei conti e il Comitato di tesoreria del partito.
Quelli esterni si concretano in quei [...]

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