Panarea. "L'Avventura" Antonioni, lo sguardo sul vuoto

di Luca Marcora «Fare il vuoto.
Svuotare l’immagine.
Spopolarla.
Liberarla da presenze ingombranti e ingannevoli che ancora possono illudere che il vedere coincida col (o consista nel) guardare qualcosa.
Tra le tante lezioni che Antonioni lascia in eredità al cinema contemporaneo, una delle più importanti (anche se non necessariamente una delle più consapevoli) deriva proprio dalla sua attrazione per il vuoto.
Campi vuoti.
Soggettive senza soggetto su spazi e paesaggi disabitati.
Marginalizzazioni antropiche e lateralizzazioni oggettuali.
[…] Come se la presenza umana, nel cinema di Antonioni, fosse kaos nel kosmos del vuoto» (SegnoCinema 118).
Con questa intuizione Gianni Canova coglie l’essenza di uno dei maestri del cinema mondiale del ’900, sempre indicato come il regista della “incomunicabilità” tra gli esseri umani.
Antonioni regista del vuoto, inteso certamente come vuoto esistenziale e spazio incolmabile tra gli esseri umani, ma anche come sostanza che paradossalmente riempie gli spazi dell’immagine, collocando ai margini le figure umane, o cancellandole del tutto.
Come ne Il deserto rosso (1964), con i suoi agghiaccianti spazi urbani vuoti o in Blow Up (1966), dove letteralmente «Antonioni il mondo dalla presenza ingombrante dell’uomo» (Canova).
Cinquant'anni fa, L’avventura esplodeva a Cannes tra i fischi di un pubblico sdegnato e il favore di una critica colpita dalla sfacciata modernità dell’opera.
Attraverso personaggi insoddisfatti, che cercano di riempire il vuoto della propria vita con continue “avventure”, incapaci comunque di fissarsi davvero su qualsiasi cosa, Antonioni parla del vuoto dell’animo umano sempre alla ricerca di ciò che lo possa soddisfare.
Per Sandro la ricerca di Anna diventa l’occasione per iniziare con Claudia una nuova “avventura”, nell’ennesimo, fragilissimo tentativo di colmare quel vuoto esistenziale che già si era implacabilmente mostrato nel rapporto iniziale con la compagna; per Claudia cedere a Sandro significa dimenticare Anna e anzi desiderare che sia davvero morta.
E proprio questa dimenticanza arriva a dettare la struttura stessa della pellicola, a far deviare bruscamente la narrazione dall’oggetto iniziale del racconto verso un’altra storia, lasciando scandalosamente irrisolto il mistero di Anna, come anche l’incerto futuro di Sandro e Claudia.
Lo sguardo moderno di Antonioni coglie così il dramma dell’uomo novecentesco, il vuoto che lo circonda, la sua incapacità di trovare, da solo, un punto fermo sul quale poggiare la [...]

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