Parola ed essere: cifre dell'alterità

L’ermeneutica ontologica non si pone sul piano ontico, ma ontologico.
L’essere come altro-dall’-ente, la cui caratteristica è l’alterità-da, si scopre in una dinamicità ermeneutica dal momento che noi non possiamo comprendere l’essere senza partire da qualche ente.
Deve esistere un ente il quale debba costituire in qualche modo una apertura verso la totalità dell’Essere.
Heidegger ha individuato nell’esserci tale ente.
Cosa è l’esserci? Una compresenza di ipseità e alterità: ipseità intesa come essenza-in-sé, alterità come essenza-ad-altro.
Tale altro è rappresentato da una figura-d’Essere, una precomprensione dell’Essere non per forza veritiera ma che apre alla possibilità di una comprensione ontologica.
L’esserci dell’uomo significa un ente capace di ontologie, in quanto essere-nel-mondo.
Ciò significa che è costitutivo dell’uomo essere l’ente-uomo e altro dall’ente-uomo, una compresenza di ontico e ontologico.
L’ontologia non può che dispiegarsi in questo modo: essa è un perpetuo rivolgimento a sé dell’uomo, uno sguardo interiore che nel rivolgimento a sé (ipseità) si apre all’alterità ontologica scoprendosi essere-nel-mondo.
Lo sguardo ontico (dei sensi) coglie l’ente come semplice-presenza ad altri enti; lo sguardo ontologico invece coglie l’Essere-come-altro-dall’ente.
L’essere-nel-mondo dell’esserci nasce a partire da significati degli enti sorti a partire dalla visione preveggente ambientale.
Heidegger poneva tali significati nel senso di utilità: in realtà, l’utilità è una parte della significatività delle cose.
Ciò che significa non è per forza ciò che è utile.
La significatività degli enti, come altro dagli enti stessi in quanto loro essere, la si può cogliere nella sua totalità a partire dal linguaggio umano: è nostra convinzione, difatti, che ciò che rappresenta l’alterità dell’uomo sia rappresentato proprio dal linguaggio inteso alla stregua di una presenza d’essere nel mondo.
Se tale ottica fosse vera, il linguaggio non sarebbe una invenzione umana, ma frutto dell’essere che è figurato nell’uomo ma che non èl’uomo.
Quante volte difatti nel rivolgimento a noi sentiamo il senso dell’abisso, di una inafferabilità di noi stessi.
Sentiamo come una X misteriosa che stona con quello che facciamo e pensiamo, una presenza più grande di noi.
Quella X che emerge nella commozione ascoltando una poesia toccante, la melodia coinvolgente di una canzone, ci sentiamo cambiati sin nell’intimo da una presenza estranea, in un [...]

Leggi tutto l'articolo