Perché non si deve temere la patata Ogm

Mai la coltivazione di un tubero fu attesa così a lungo.
Ed è giusto rallegrarsi se, dopo oltre 12 anni di estenuanti stop and go, analisi, controanalisi, riunioni di comitati scientifici e politici, la Commissione europea ha dato ieri via libera alla coltivazione della patata geneticamente modificata Amflora della tedesca Basf.
Si è interrotta così la lunga moratoria sulla coltivazione di prodotti transgenici nel Vecchio continente.
Una scelta che fa uscire da un tunnel di oscurantismo la ricerca agrobiotecnologica europea, fortemente penalizzata per anni rispetto all'industria americana.
Non si inquietino i puristi del made in Italy e gli ambientalisti oltranzisti: la tecno-patata non finirà mai sui nostri piatti.
Amflora verrà coltivata per usi industriali, cioè per la produzione di amido, utilizzato per carta, calcestruzzo e adesivi.
Ma anche se presto Bruxelles riprenderà ad autorizzare Ogm per l'alimentazione i motivi di preoccupazione non sussistono.
Che i prodotti transgenici non abbiano effetti negativi sulla salute umana è provato dai decenni di consumo negli Stati Uniti e in tante altre parti del mondo.
Ma anche dalla presenza sui nostri mercati di altri 34 Ogm la cui vendita fu autorizzata in passato, soprattutto mais, oltre che dal 90% della soia importata in Europa per mangimi, che contribuisce alla produzione di latte e carne, da cui derivano tanti prodotti tipici nostrani.
Ricorda Francesco Sala, luminare a Milano di botanica e autore di «Gli Ogm sono davvero pericolosi?», che i prodotti tipici sono già frutto di incroci e mutagenesi sui semi: dalla vite del Nero d'Avola alla cipolla rossa di Tropea.
E nelle mutazioni genetiche possono trovare un'àncora di salvezza, non la minaccia.
Il 25% del raccolto di riso Carnaroli viene distrutto da un fungo, ma potrebbe essere salvato inserendo un gene che gli conferisca resistenza – osserva Sala – e allo stesso modo si potrebbe combattere il virus che ha abbattuto la produzione del pomodoro San Marzano.
Buoni motivi per sperare che l'Italia segua Spagna, Portogallo, Repubblica ceca, Romania e Slovacchia sulla strada delle coltivazioni Ogm.
E che, garantendo adeguate regole sulla coesistenza della colture e sull'informazione dei consumatori, cessi il populismo delle campagne horror sul cibo frankenstein.

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