Poesia all'ombra degli ulivi

Il poeta   Era una di quelle giornate di caldo umido col sole che tra i campi giocava alle ombre cinesi con gli ulivi ed i ciliegi.
A contemplarlo, stringendo tra le  mani callose la zappa, c’era Palìn con un mezzo sorriso sulle labbra.
Gli alberi crescevano rigogliosi e la siccità dell’anno passato era solo un brutto ricordo.
Un grido lo distolse e vide sua sorella Nannina che gli correva incontro – Palì, vieni a casa che papà sta a morire.
–  Erano tutti e nove lì, tra lacrime e sconforto in piedi attorno al capezzale del padre.
Era diventato vecchio, lo sentiva anche lui, ed era giunta l’ora di fare testamento.
Iniziò a parlare con voce ferma e solenne facendo tremare l’aria tutt’intorno.
Uno ad uno chiamò i figli e tra di loro spartì le terre e la casa raccomandando a ciascuno di prendersi cura della madre che sarebbe rimasta sola.
Mentre parlava aggrottava leggermente le sopracciglia e le rughe che gli aveva aperto il sole, come solchi in un campo incolto, si contorcevano sinuose.                                         Per ultimo venne Palìn, ma con lui il vecchio volle rimanere in disparte e la camera si svuotò lentamente.
- Papà, hai dato tutto ai miei fratelli, non è rimasto niente per me.
-                                                                        - Palì, dammi le tue mani – e stringendogliele – sono proprio come le ricordavo: grosse e ruvide come le mie- - E cosa vuoi ora? - -  Apri quel cassetto e prendine il contenuto, è per te - - Non riesco ancora a capire - disse osservando il piccolo quadernino sgualcito che aveva trovato.
- Leggi - - Ma sono poesie! - e il buon padre abbozzando un sorriso replicò con un ultimo filo di voce - le lascio a te che hai le mie stesse mani… perché con queste mani ho scritto le parole più belle - .

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