Purple rain, purple rain

  Quando è entrato sul palco io non me ne sono accorta e son rimasta lì per i primi pezzi a chiedermi che stesse succedendo.
Il palazzetto era tutto illuminato, il palco era nell’ombra e là sopra un omino piccino con gli occhiali neri e un gruppo compatto hanno iniziato a suonare.
Eravamo alle prove, a una jam, a un concerto in piazza, o dove? A un certo punto non so come ma urlavamo tutti Delirious ed era bellissimo anche se in modo strano, con quel senso di sospensione e attesa che ci ha lasciato lì appesi.
Poi lui ci chiede se siamo pronti: e siamo prontissimi.
Così giù tutte le luci, accesi i fari sul palco.
Cono di pulviscolo luminoso.
Chitarre.
E là nel mezzo, come emerso dai fumi dal passato, esattamente come te lo ricordavi, Prince.
Vestito di nero luccicante, controluce, chitarra al collo.
Attacca Let’s go crazy, la musica comincia a martellare e martellerà senza tregua per tutto il tempo, anche se senti la mancanza di contralti che graffino e tenori che vibrino; una terribile mancanza.
Il ragazzino cinquantenne se ne sta lì e sorride molto.
Fa le sue giravolte sensuali, si appoggia al piano, articola le mani davanti a sé come gli hai sempre visto fare, muove il culo e lo fa muovere a noi, che vogliamo ballare e saltare Let’s work, Uptown, You got the look.
Quando lo ami è il momento in cui slabbra la chitarra con i suoi sdeghedeghedeng: questo è funky, baby, e prova a dire di no se ci riesci.
Prova a stare fermo con le gambe.
Prova a non battere per terra gli stivali con le borchie.
Quando lo ami è la voce che sale e si ferma su quegli urletti.
Il falsetto che vien bene solo a lui, oh yeah.
Intravedere il pianoforte viola, notare il suo cambio d’abito in camicia di pizzo nera.
E intanto lui suona, non si risparmia, canta, ride, va da una parte all’altra del palco da microscopico re quale egli è.
Fa delle facce da amplesso, ancheggia.
La chitarra che lo segue sempre.
Poi di colpo la pioggia viola.
Come se il tempo improvvisamente avesse cominciato una vertiginosa rincorsa indietro e tu fossi precipitata nei tuoi quattordici anni e vaghe immagini di Purple rain alla televisione e la voglia di avere un diario davanti e scriverci sopra il testo della canzone e tutte quelle negre vestite di pelle che non ti ricordi mica più come si chiamavano, forse Sheila E, Apollonia o chissà.
Lui si gode noi che cantiamo, cantiamo per lui, ci dondoliamo alzando le braccia, cantileniamo ooooooh-ooohooohoooh-ooooohhhhhh.
Quello è davvero un momento di dolcezza sfrontata, pura, ringhiante dentro la pancia [...]

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