QUANDO L'INGORGO FINISCE

L’Unità 27 Luglio   QUANDO L’INGORGO FINISCE   L’altra mattina c’era il traffico fermo, non si passava nemmeno in vespa.
Claxon a tutta forza, nervosismo crescente, gente che dopo un po’ scendeva dalla macchina per cercare di capire cosa stesse succedendo.
Camicie aperte sul sudore del petto.
Gran bestemmie nel caldo di luglio.
In cima all’ingorgo c’era un anziano alla guida di una macchina sportiva enorme, del tutto sproporzionata alla sua età.
Talmente enorme che non riusciva più a fare manovra e perciò si era bloccato in mezzo alla carreggiata.
Con molta semplicità, senza né scuse né marasma senile.
Stava immobile in mezzo alla strada bloccando tutto, e basta.
Se non fosse stato per il macchinone, avrebbe fatto persino tenerezza.
Era un ingorgo perfettamente metaforico dell’Italia di questi anni: un vecchio in mezzo alla strada e tutti dietro di lui, immobili e incazzati.
La furia degli automobilisti nell’ingorgo era tanto più cieca in quanto male indirizzata.
Perlomeno, era una furia differenziata.
Ce l’avevano con lui solo quelli che se lo ritrovavano immediatamente davanti, che ne potevano osservare la strafottenza.
Gli altri – tutti gli altri, la maggioranza – soffrivano di una forma di miopia che impediva loro di vedere dieci metri oltre il proprio paraurti.
Oppure, oggettivamente, qualcosa non consentiva loro di vedere e capire cosa stesse succedendo.
La maggioranza degli ingorgati se la prendeva con l’automobilista più vicino perché non camminava, senza rendersi conto del perché non riusciva camminare.
Si era venuta a creare una folla di persone rancorose e inconsapevoli, incapaci persino di immaginare che potesse esistere una dimensione diversa dall’immobilità.
Invece poi l’ingorgo si è sciolto come si sciolgono gli ingorghi, senza che nessuno sappia spiegare come.
Succede sempre così, per fortuna: a un certo punto l’ingorgo finisce.
  Roberto Alajmo

Leggi tutto l'articolo