RAGAZZO UCCISO PERCHE' RUBO' NELLA VILLA DI TOTO' RIINA

Due pentiti svelano il mistero ai pm di palermo.
Aveva 24 anni, forse vide qualcosa che non doveva.
Il delitto dopo la cattura del boss Angelo Gullo PALERMO — La madre non ha mai perso le speranze e crede che suo figlio sia ancora vivo.
Eppure di Angelo Gullo non si hanno più notizie da 15 anni.
Al momento della scomparsa ne aveva 24.
Per due volte i magistrati hanno archiviato il caso e per due volte la donna è riuscita a far riavviare l'inchiesta, rivolgendosi pure alla trasmissione «Chi l'ha visto?».
Ma alla terza riapertura del fascicolo è saltata fuori un verità agghiacciante.
Angelo Gullo sarebbe rimasto vittima della lupara bianca perché avrebbe osato commettere un furto niente meno che nel covo del boss Totò Riina, all'epoca l'uomo più ricercato d'Italia.
Il giovane venne subito individuato dai sicari della famiglia di Pagliarelli, a lungo interrogato, torturato e poi ucciso anche se il suo cadavere non è stato mai ritrovato.
A svelarlo sono stati due collaboratori di giustizia.
Davanti al pm di Palermo Marcello Viola, che alla fine del 2006 ha riaperto l'inchiesta, il pentito Calogero Ganci, figlio del boss della Noce Raffaele, ha raccontato che «subito dopo il furto il ragazzo venne pestato, ma fu ucciso mesi dopo, a freddo».
Una ricostruzione confermata dal pentito Salvatore Cangemi.
Rivelazioni che fanno di questo caso uno dei tanti misteri che ruotano attorno alla latitanza e ai rifugi del capo di Cosa Nostra.
Il giovane, lontanamente imparentato con un mafioso, venne infatti inghiottito dalla lupara bianca il 23 gennaio del '93.
Esattamente otto giorni dopo la cattura di Riina, anche se il furto non era avvenuto nell'ultimo covo di Via Bernini, ma in quello di Borgo Molara, una villa di proprietà dello stesso boss.
E non si può escludere che nella decisione del capo di Cosa Nostra di spostarsi dal primo al secondo rifugio possa entrarci anche quella misteriosa incursione di Gullo e di una seconda persona sulla quale non si è mai saputo nulla.
Cosa avevano rubato o visto gli incauti ladri? Ancor più strana la tempistica della feroce punizione del giovane che subito dopo il furto era già stato pestato.
Una circostanza confermata anche dalla madre: «Una sera tornò a casa pieno di lividi, ma non volle spiegare cosa gli era successo, sembrava terrorizzato».
A pestarlo era stato lo stesso Ganci ed altri due mafiosi.
«Ritenevamo che quella fracchiata (scarica) di legnate bastasse — ha detto il pentito — e non ci fu spiegato perché a distanza di tempo venne poi eliminato».
Perché non [...]

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