RISO

Me l'avevi raccontata anni fa, la leggenda indiana del riso.
Un marajà - o era una divinità, una delle tante del caotico pantheon indù? - voleva sposare una giovane e bellissima principessa.
Lei avrebbe acconsentito solo se le avesse procurato l'unico cibo che poteva soddisfarla quotidianamente, senza mai venirle a noia.
Il maraja – ma forse era un dio, non ricordo – mandò ai quattro angoli del mondo i suoi emissari per trovare un cibo così prezioso.
Ed ogni volta che la fanciulla lo assaggiava dapprima lo apprezzava, ma poi subito alzava il nasino un po' schifiltata (mi ricordava la principessa sul pisello di Andersen.
Tutte uguali, in fondo, le principesse!).
Poteva mangiare fagiani tutti i giorni? No, ovviamente! Poteva ingerire funghi o carciofi quotidianamente? Ma quando mai! Insomma il maraja – ma ormai sono quasi certo fosse una divinità – capì di essere stato buggerato: non esiste un cibo così, è una follia.
Preso dall'ira trasformò la principessa (ecco...
era una divinità, ovvio.
Un maraja mica ha il potere di trasformare le persone!) la trasformò, dicevo, in una piccola pianticella che poteva attecchire solo dentro una pozza d'acqua.
Fu lì che un altro dio, impietosito, volle che la fragile piantina portasse con sé un bene prezioso: dei piccoli chicchi bianchi pronti a sfamare quotidianamente milioni di persone, ricche o povere che fossero.
Una bella leggenda, molto poetica, pensavo.
Me ne avevi raccontate tante.
Ti ho amata più per quello che mi dicevi, quasi, che per te stessa.
Ma anche questo non è vero: ora mi accorgo che non è affatto vero.
Mi ritrovo a pensare con sgomento quanto mi manchi, qui, sotto la pioggia, mentre seguiamo il feretro sciamanti, come tanti piccoli chicchi bianchi, dentro le glumelle dei nostri cappotti, all'umido delle risaie...
Ricordo il giorno in cui ti avevo incontrata, avevo contemplato quel sorriso duro, spiato muta e assorta nella tue occupazioni.
Più tardi avevo ti avevo ascoltato raccontare storie, tutte un po' estreme, tutte sul bordo come te.
Erano sempre storie di mondi lontani nello spazio e nel tempo, ove, vista la saggezza sdrucciola della morale con cui si concludevano immancabilmente, era chiaro come fossero tutte tue invenzioni o, perlomeno, tutte adattate, una realtà modificata anche nell'immaginazione.
Non so quali fossero le leggende originali, probabilmente nessuna era priva di contraffazione.
Mi facevi ridere anche se immaginavo che quella creatività si originasse da una mancanza di centro di gravità permanente o alcun altro centro [...]

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