Raccogliere la sfida non basta più.Cosa spiegano il voto di domenica e quella spaccatura centro/periferia

Soltanto cinque anni fa il Pd di Matteo Renzi vinceva le elezioni europee con il 40%. Ma alle politiche di marzo 2018, il M5S risultò essere di gran lunga il primo partito con oltre il 30% dei voti, mentre il Partito democratico subiva un crollo pari al peggior piazzamento di sempre. Circa un anno dopo, un nuovo colpo di scena: la Lega di Matteo Salvini, che già a marzo 2018 aveva ottenuto un risultato storico (primo partito nell’area del centrodestra), raddoppia i consensi e vince, con il 34%, le elezioni per rinnovare il Parlamento di Strasburgo.
È vero che tra un evento e l’altro troppe ne sono successe, dalla discesa di Renzi (culminata con la campagna referendaria del 2016 e la transizione dell’esecutivo Gentiloni) alla formazione del governo giallo-blu (con Salvini particolarmente abile a far “pesare” quel 17% preso alle elezioni di marzo nei confronti dell’inedito alleato, il M5S, azionista di maggioranza), ma è vero altrettanto che un cambio di direzione così netto in un lus...

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