Rava new quintet: un viaggio travolgente, lirico, moderno

I cinque sono in grande forma, stasera.
Attaccano con energia e decisione di fronte al pubblico folto del teatro delle Celebrazioni.
Tirano dritto snocciolando note e allungando assoli.
E’ un treno che viaggia veloce, compatto, senza fermarsi.
Ma non si fa in tempo a schiacciarsi sulle poltrone per reggere l’urto della musica che la velocità diminuisce e l’atmosfera si rarefà.
Si disegnano nell’aria trame sottili, sognanti.
Sono quei momenti in cui la tromba di Enrico Rava pare sospendere il suono, rastremarlo, renderlo nudo.
Pura luce.
E’ allora che sono perfette le spazzole di Fabrizio Sferra; quel drumming raffinato e poetico che lo rende inconfondibile.
Quella sua ricchezza espressiva.
E’ incredibile quanto brillino i piatti mentre lui chiude gli occhi come sempre fa, perso.
Li chiudiamo anche noi e lo sentiamo allora camminare su foglie autunnali e fruscianti.
E’ tutto un meraviglioso frrrrr lungo la schiena.
Il giovane Guidi al piano asseconda volentieri l’aria crepuscolare, che del resto molto gli si addice, e l’ancor più giovane Evangelista si distingue per il suono denso e cantabile del contrabbasso.
In mezzo a tutto questo la parte del ragazzino irriverente è svolta da Gianluca Petrella.
Ormai il trombonista è ben al di là dall’essere la giovane rivelazione che ricordavamo.
E’ una certezza.
Ma lo spirito buffonesco e dissacrante di Sun Ra non lo abbandona mai.
Così inanella note, ruggiti, sberleffi.
Con quel trombone che è il prolungamento del suo corpo smilzo e slanciato.
Con quel modo di allungare la coulisse verso l’alto e riacchiapparla.
Con quella sua aria di trovarsi sempre lì come per caso.
Sul palco intanto si alternano raffiche bebop e sventagliate orchestrali; pensose armonie d’Arabia, echi d’Africa e ritmi percussivi d’Argentina.
Il quintetto ha l’eccezionale capacità di trasformare un solo pezzo in un viaggio e di passare da un luogo all’altro con impressionante coerenza.
Così sfilano là sopra tende berbere, deserti, vento secco.
Oppure figure di tango, pavimenti in legno su cui battere tacchi, coppie allacciate che si sfidano danzando.
Giovannino Guidi è a tratti lunare, notturno - uno Chopin jazz e melanconico che allunga indietro la schiena o si ripiega pensoso su di sé; a tratti invece aggredisce il piano con furia, si alza in piedi, si avventa sui tasti dando alla musica corposità blues e roventi.
Rava e i suoi ragazzi più che trasmettere l’idea di quintetto, sembrano una (micro) big band, danno alla musica un impianto arioso, suonano pezzi dagli [...]

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