Ray Bradbury ora è di certo su Marte

Sinceramente non sapevo fosse ancora vivo.
Era nato nel 1920 uno dei maggiori scrittori di fantascienza, uno di quelli che ha avuto il potere di farmi sognare fin da bambino, o quasi.
Magari i più lo conosceranno per quel capolavoro che è stato il film Fahrenheit 451, che ha riempito di lacrime tutti quelli che amano i libri.
Ma per me, Ray Bradbury era colui che mi schiuse le porte dello spazio, della colonizzazione dei pianeti, con il suo Cronache marziane racconti ambientati sul pianeta rosso, dove le storie si scontrano tra le epopee simili al far west, traslato su un mondo sconosciuto dove a volte è l’extraterrestre ed a volte è la natura del pianeta stesso a combattere gli invasori provenienti dalla Terra.
Sono pezzi di bravura del 1950, dopo aver scritto racconti polizieschi e noir, da quali trae con esperienza alcuni semplici intrecci e momenti di pathos.
Nel 1951 scrive il capolavoro di cui già ho accennato, portato poi sullo schermo da Truffaut negli anni 60.
Poi diviene piano piano un mito, con i suoi racconti raccolti in antologie che hanno poi sviluppato bellissimi racconti a fumetti, con quello stile tipico della fantascienza americana anni 50, semplice, un po’ naif, ma piena di atmosfere uniche nel loro genere.
Forse potrei dire che ho veramente apprezzato i fumetti tratti da quei racconti perché sono riuscito a vedere nello stile pulito del racconto e della sceneggiatura, proprio quelle immagini che sembrano essere destinate a quel mondo disincantato dei bambini, più che a quello degli adulti che magari va a cercare particolari più tecnici, scientifici, piuttosto che quell’aria da nuova frontiera nella quale i giovani cadetti dello spazio imitavano le gesta dei cowboys, armati però con una pistola disintegratrice a raggi… A noi sono giunti anche i racconti della raccolta il popolo dell’autunno e molto dopo mezzanotte.
E cosa dire dell’uomo illustrato tradotto come il gioco dei pianeti in cui proprio un ragazzo è protagonista di una storia in cui vive un uomo che lavora in un circo, completamente ricoperto di tatuaggi, che sembrano muoversi, modificarsi, in un crescendo pauroso che richiama le paure ataviche dell’infanzia, tutte insieme, in una mistura di scene che non ho mai vissuto in altre opere più moderne.
Forse è proprio quel rivolgersi al fanciullino che me l’ha fatto incastrare per bene nei meandri della mia memoria, facendomi desiderare di essere nato cento anni dopo, all’alba della colonizzazione dei pianti, dove sarei potuto divenire anch’io uno dei cadetti dello [...]

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