Recensione: Harry Potter e il prigioniero di Azkaban

TITOLO ORIGINALE: Harry Potter and the Prisoner of Azkaban NAZIONE: USA GENERE: Fantasy DURATA: 136 min.
DATA DI USCITA: 2004 REGIA: Alfonso Cuaron CAST: Emma Watson, Tom Felton, Rupert Grint, Maggie Smith, Daniel Radcliffe Il gotico oscuro che già si era insinuato nella seconda puntata cinematografica delle avventure del giovane mago dilaga in Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, per il quale Chris Columbus ha ceduto la regia al messicano Alfonso Cuarón (famoso anche in America dopo Y tu mamá también).
Fin dalla seconda scena, quando Harry fugge dalla casa inospitale dello zio, incombe intorno a lui una minaccia, il parco giochi nel quale si siede si anima nella notte, qualcosa si muove tra i cespugli, un cane nero lo affronta dal buio, persino l’autobus magico a tre piani che passa a raccoglierlo per portarlo alla Taverna del Paiolo d’oro è amichevolmente inquietante e il quidditch non si gioca in un cielo luminoso ma sotto una pioggia battente.
Meno familiari dei fantasmi che popolano Hogwarts, dei quadri animati e dormienti, del cavaliere senza testa, le creature della notte circondano Harry cresciuto e smagrito: il cane nero e un lupo mannaro, i Dissennatori, annunciati dal gelo e riprodotti secondo l’iconografia medievale della Morte, tutti i personaggi di una sfida antica, materializzati nel furore silenzioso di Sirius Black (il prigioniero evaso da Azkaban) che grida e si agita nei manifesti che lo ricercano e tappezzano il paese della magia.
Probabilmente il migliore dei tre film (i cultori della saga letteraria sostengono che questo sia anche il migliore dei cinque libri), dove un latino (Cuarón) è riuscito a cogliere non solo il lato oscuro delle fiabe (orride testoline parlanti, libri di mostri che graffiano e mordono, alberi che divorano gli uccellini che vi si posano), ma anche tutto quello che di nero ed eccentrico scorre sotto il verde della vecchia Inghilterra e ne scompagina l’ordine.
Dickens (quello più cupo, delle megere dalle dita adunche, dei mercanti di bambini e dei bassifondi londinesi) si fonde con le magie surreali di Lewis Carroll, topolini che corrono affannati, quadri che si ostinano a non darvi il passo, il tempo che si lascia maneggiare, ripercorrere, ribaltare, come in uno specchio.
Gli attori adulti come sempre si prestano al gioco: i consueti Michael Gambon (Silente), Robbie Coltrane (Hagrid), Alan Rickman (Piton) e le new entry Gary Oldman (Sirius Black), David Thewlis (Lupin) e Timothy Spall (Peter Minus) recitano tutti come sui palcoscenici shakespeariani [...]

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