Requiem. Voltaire e Schiller. Le feu. Isotta

Post 794   Ho avuto una sorta di incubo … musicale.
Ho sognato ( solo un brutto sogno, dunque) di essere reduce da un concerto e di aver scritto quanto segue:   “Come i miei lettori sanno, io non sono solito esser parco di elogi (e da molti ne sono rimproverato), ce l’ho con la critica acida e prevenuta (la critica per principio, la critica per la critica) e di quanto vedo gusto ascolto preferisco mettere in risalto gli aspetti positivi, quel poco o tanto che è  per me fonte d’un qualche piacere.
Ma questa volta proprio non mi è possibile e debbo stroncare.
Che Mozart sia, come uomo e spesso anche come artista, un giocherellone tutti lo sanno, ma ciò non  autorizza a giocherellare con lui e con la sua arte.  Non dirò, per rispetto dei molti amici che si sono trovati implicati in tale nefasta operazione, pomposamente presentata come “prima esecuzione assoluta”   del Capolavoro in versione “storicamente e filologicamente “ rivisitata (?), non dirò dove e da chi ho udito lo scempio fatto  del  Requiem del Salisburghese: una baraonda di voci e di suoni, una nave di Franceschiello in cui “a poppa sparavano e a prua non lo sapevano”; un coro in ogni sua parte scollegato, un’orchestra idem, dei solisti, presentati come “straordinari”, allo sbando come singoli e come complesso, un pur bravo  maestro a  cui coro e orchestra sfuggono di mano, incapace di riprendere il timone di un naviglio impazzito.
Come se cantori e orchestra non riuscissero a sentirsi: colpa forse dell’acustica? Non ho retto ed al termine del Dies Irae ho abbandonato.
Può darsi, lo spero di cuore, che nella seconda parte le cose siano migliorate.
Lo spettacolo in quanto spettacolo, oh sì, quello è perfettamente riuscito: domani,ne son certo, leggerò della chiesa stipatissima, del pubblico interessatissimo, della straordinaria bravura del maestro, dei solisti, dell’orchestra, del coro...
Io questa volta non posso unirmi al …coro elogiativo.
Forse è il caso che quel coro e quell’orchestra ridimensionino le loro ambizioni”.
  Deve essere stato proprio un brutto sogno.
  * Sono a metà lettura dell’autobiografia di Paolo Isotta, La virtù dell’elefante, e  sono sempre più sconcertato dalla cultura musicale, storica e musicologica, del critico napoletano, e dalla sua indipendenza di giudizio.
Tali sono le sue stroncature, a destra e a manca, che son pochi gli idoli contemporanei, compositori, direttori e cantanti, soprattutto italiani, a uscirne indenni.
A un tale mostro tutto si perdona, anche la [...]

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