Scala immobile - prima puntata (da incipt)

La famiglia dei Chiedovenia ha qualche cosa di congenito dentro, che li rende flaccidi quando si tratta di vivere in spazi aperti.
E’ come se si liberasse in mezzo al bosco un animale nato in cattività, impreparato alle distanze più lunghe dei dieci metri, delicato e sperduto se liberato dalla gabbia che lo proteggeva.
Giovanni di tutti è forse quello messo peggio, perché il suo amore per l’abitudine, per la regolarità e la sequenzialità del suo mansionario lo hanno sempre difeso dagli attacchi delle cosiddette novità.
Avreste dovuto vederlo! Il rito sacro della mensa, posto fisso da anni, stesso menù ripetuto e ancora ripetuto.
E quel giorno, quando qualche impudente osò prendere la sua sedia per usarla durante un’assemblea sindacale senza poi rimetterla al suo posto, mischiandola con con le altre, Giovanni non volle sentire ragioni e piuttosto che prenderne un’altra a caso si sedette all’indiana sul suo tavolo, rosicchiando il pollo alla zingara come nulla fosse.
Nessuno decifrò pienamente lo sconvolgimento che Giovanni dovette sopportare dentro, nessuno se non il povero pollo alla zingara, che dieci minuti dopo il pranzo giaceva in una turca, vomitato dallo scoramento e dalla rabbia.
Che tempi! Che ricordi e solo ricordi a questo punto.
Andare in città probabilmente non è stato il massimo, un’idea come un'altra per non pensare al lavoro perduto.
“Pensa che bello” dice Arturo all’amico.
“Da oggi del tuo tempo fai quello che vuoi”.
Giovanni Chiedovenia spalanca la bocca, aria tiepida contro quella fredda che entra.
La sente penetrare fin dentro lo stomaco, stasera gli farà male di sicuro.
“Io ho tempo? E cos’è, una cosa che si mangia?” Arturo ridacchia per la battuta, Giovanni singhiozza per la rivelazione.
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