Scarichi selvaggi nel Volturno

Negli ultimi chilometri della sua corsa verso il mare sembra quasi un’autostrada.
Le sponde non esistono più, al loro posto si stendono gradoni di cemento e guard-rail.
E poco prima di raggiungere il litorale Domizio, il Volturno ha in effetti il colore di una grigia carreggiata.Con le sue acque dense appare addirittura immobile ma invece scorre, arranca, forse trattenuto dalla melma che ogni giorno gli iniettano nelle viscere.
Un’agonia che ha fine solo quando si disperde nel Tirreno, dove trova una parziale consolazione trasferendo tonnellate di veleni nel blu profondo.
Abbiamo provato a seguirne la riva fino all’estuario, facendoci strada tra carcasse di auto, materassi e mobili sfasciati.
Ben presto, però, uno sbarramento di recinzioni improvvisate e muri di cinta ci ha impedito di proseguire.
Da queste parti il fiume non è più di tutti.
Chi può, se ne prende un pezzetto e lo usa come deposito, come officina, come discarica.
Da queste parti il fiume, guardandolo da vicino, somiglia a un immenso budino.
Eppure, sulle sorgenti dei monti della Meta, in Molise, a 125 chilometri di distanza dalla foce di Castel Volturno, il corso d’acqua più importante dell’Italia meridionale comincia il suo viaggio limpido e spumeggiante.
Ha un carattere torrenziale, si snoda tra boschi e foreste.
L’ecosistema fluviale si mantiene sostanzialmente intatto anche tra le prime colline delle contrade campane.
È alla confluenza con il Calore Irpino, quasi a metà percorso, che la situazione muta radicalmente: l’incontro con l’emissario che porta in dote il carico inquinante drenato dai comuni dell’entroterra, non è dei più felici.
Le stazioni di rilevamento dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale (Arpac) segnalano in quell’area un crollo verticale nella qualità delle acque.
Allora il Volturno sembra volersi divincolare dall’abbraccio assassino del suo affluente principale, inoltrandosi tra i centri abitati del casertano, dove però l’alterazione dell’ambiente assume caratteri drammatici.
Capua è il comune più grande della zona, ma anche i piccoli paesi contribuiscono al degrado con il loro scarichi abusivi di liquami.
Il corso d’acqua s’intorbidisce, diventa limaccioso.
In quel segmento di fiume le analisi dell’Arpac hanno accertato «tracce di anaerobiosi e la presenza di frammenti polposi di materia organica in decomposizione che riflettono una predominante attività batterica».
Nel maggio del 2010 un gruppo di volontari del Wwf ha esplorato il tratto di fiume che scorre tra Cuma e la [...]

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